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Lo “Strumento fiorentino” – Mito, storia e leggende sulla cintura di castità

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Fatale istante in cui l’empio mi tolse

 il fior virgineo, ed il pudico cinto

con traditrice man dal sen mi sciolse

Illuminanti parole di quell’Ovidio da Sulmona – il quale, ‘bontà sua’, al Liceo ci ha fatto penare abbastanza! – che ci avvicinano all’argomento indicato nel titolo di queste brevi note.

Lo strano congegno – direi una vera e propria tortura, in tutti i sensi! – poi denominato ‘Strumento fiorentino’ nasce in realtà molti secoli prima che la bellissima città toscana prendesse vita. Viene forse inventato, sotto diversa forma, venti secoli or sono, ai tempi del nostro elegiaco, mondano e ‘salottiero’ poeta di una Roma in cui primeggia Ottaviano mentre  Marco Antonio e Cleopatra abbandonano frettolosamente questa ‘valle di lacrime’. Le fanciulle in fiore, giunte alle soglie del matrimonio, vengono infatti preservate dalle tentazioni mediante una cintura di lana di pecora ‘pura’ – non ‘contaminata’ da qualche ariete in vena di amorose effusioni – finemente intrecciata e convenientemente avvolta… dove serve, per poi essere annodata dietro la schiena con il cosiddetto ‘Nodo di Ercole’. Nodo che viene sciolto dallo sposo solo dopo la cerimonia nuziale per poter conoscere meglio l’altra metà del cielo.

Il classico ‘Nodo di Ercole’ che lo sposo doveva sciogliere prima di ‘conoscere biblicamente’ la sua altra metà del cielo

Nell’antica Sparta pare che nessuno si ponga il problema della fedeltà coniugale e i ‘maschietti’, quotidianamente indaffarati con le arti marziali e con le virili amicizie, non pongono l’argomento all’ordine del giorno.

Neppure a parlarne tra le emancipate donne etrusche, bene avvezze a partecipare attivamente – diremmo ‘alla pari’ – alla vita sociale dei loro compagni!
Risalendo ora, come al solito, il ‘fiume del tempo’ di molti secoli, potremmo immaginare qualche gelosissimo ‘bell’ingegno’ in procinto di partire per la Palestina alla difesa del Santo Sepolcro, mentre cinge con una cintura metallica i dolci lombi dell’esile e diafana castellana. Niente di meno rispondente al vero!

Però un dubbio ci assale

  Dunque la mia bella mi abbracciò donandomi una chiavetta d’oro…. E disse…ne avrete gran cura, poiché è la chiave del mio tesoro… tutto ciò di cui posso farvi dono

scrive infatti  Guillaume de Machaut, aulico poeta francese del Trecento, mettendo in crisi le nostre inossidabili ‘certezze’!

Antica xilografia che illustra come la ben poco affidabile novella sposa passi di nascosto all’amante, con la mano sinistra, la chiave della Cintura di castità appena sigillata dal credulo marito

Le prime consistenti tracce di una vera e propria ‘cintura di castità’ risalgono però agli inizi del XV secolo, soprattutto negli ambienti ove il ‘sangue blu’ scorre a fiotti. É infatti del 1405 il primissimo documento, ora conservato a Gottinga, in cui si menziona lo ‘Strumento fiorentino’ e le ‘cronache rosa’ del XVI secolo sommessamente ci ricordano che ad indossarlo furono anche Caterina de’ Medici e la non meno sventurata Anna d’Austria.

Anche certe discutibili invenzioni esigono soluzioni un po’ più comode! Versione quasi di lusso dello ‘Strumento fiorentino’.

Insomma, una struttura in ferro rivestito di velluto o di pelle – oggi appare molto cool l’uso della gomma o del neoprene per  i “cultori della materia”… –  appositi, indispensabili ‘pertugi’ e un lucchetto avrebbero ‘salvato’ in passato l’onore di procaci dame lontane dai loro compagni impegnati in lunghe, lunghissime guerre, oppure quello di avvenenti pulzelle non ancora pronte a donare all’amato bene il ‘tappeto da preghiera di carne’, come definirebbe il loro corpo qualsiasi poeta della lontana Cina.

Ben si sa che la ‘necessità aguzza l’ingegno e allora qualche medico benpensante – illo tempore per fortuna! – si è messo all’opera anche per ‘scoraggiare’ gli adolescenti a risolvere in maniera – diciamo così… – ‘autonoma’ gli incipienti problemi legati all’universo della sessualità.

Tra il 1700 e i primi decenni del Novecento entrano così in uso dei curiosi dispositivi, delle strane ‘cinture di castità adolescenziali’ che impediscono all’individuo ‘non più bambino’ ma non ancora ‘adulto’ di esplorare il proprio corpo.

Impedendogli però di vivere una vita sana poiché impediscono o, quantomeno,  rendono difficile espletare le normali funzioni fisiologiche.

Due strane ‘cinture di castità’, in argento, per adolescenti di ambo i sessi. A sinistra quello per ‘maschietti’ e a destra quello per le fanciulle in fiore. Però rendevano difficile anche le normalissime funzioni fisiologiche. Sono della metà del XIX secolo.

La “Capote d’anglaise’. E non solo

Ora passiamo ad altro argomento… anche se  è praticamente lo stesso!

Crescete e moltiplicatevi  riempite la terra!”, suggerì infatti l’Onnipotente ad Adamo ed Eva. Ma ogni cosa andrebbe fatta con discrezione, però! Non sempre esistono le condizioni per ‘moltiplicarsi’, non sempre si ha voglia di ‘metter su famiglia’,mentre spesso si ha necessità e desiderio di unirsi all’’altra metà del cielo’. Come Madre Natura impone! E allora? Cosa fare per non ‘moltiplicarsi’? E allora l’Uomo (o la Donna?) inventò quello che ora chiamiamo ‘condom’. La storia del profilattico, in realtà, non è semplicissima ed intorno ad essa sono fiorite ‘mitologie’ e quasi leggende metropolitane. Già il nome ‘condom’ trarrebbe origine secondo alcuni da un mai ben identificato dottor Condom al servizio del re Carlo II di Inghilterra, il quale aveva preso in seria considerazione (ma senza volerlo!) l’imperativo veterotestamentario che costituisce l’incipit di questo articolo. Ma altri lo farebbero derivare da un improbabile colonnello e medico militare di nome Quondam.

Queste, però, sono particolarità lessicali di scarsa importanza. Ciò che è importante, invece, è l’evoluzione che questo particolare e indispensabile accessorio della coppia ha avuto nel corso dei secoli.Lo scrittore latino Antoninus Liberalis narra, nelle solite ‘antiche cronache’, che il re Minosse – ma sì, quello del famoso Minotauro! –  avesse un problema difficilmente risolvibile anche da qualsiasi andrologo dei giorni nostri. Il suo liquido seminale sarebbe stato ‘infestato’ da serpenti e scorpioni e, perciò, avrebbe suscitato qualche giustificato timore nelle ‘fortunate’ fanciulle destinate a rallegrare le lunghe notti di una delle più belle isole dell’Egeo, Creta. Si sa, la necessità aguzza l’ingegno e così ad una delle più… intellettualmente dotate etère della corte cretese venne l’idea di introdurre una vescica di capra…, ove si sarebbe riversato l’augusto ma mal frequentato seme dell’ancor più augusto sovrano. Un ‘condom’ al femminile, dunque!

Ma questa, come la strana vicenda del Minotauro, è leggenda.

Ciò che è abbastanza certo è che già dai tempi più antichi si fosse pensato a come – dopo le gioie amorose – non far crescere… il numero dei familiari. I romani – forse ispirati dalla leggenda cretese – usavano, ad esempio, una vescica di capra per l’uomo e tamponi imbevuti di strane erbe per la donna. Ma il Papiro Ebers, datato al XVI secolo a.C., testimonia – già da molto tempo – come, nella Valle del Nilo, fosse diffuso l’uso di tamponi di garza intrisi di miele e foglie di acacia, poiché tale mistura libera acido lattico che funge da potente spermicida.

Giù all’ombra delle piramidi d’Egitto si ricorreva a qualche rudimentale sistema anticoncezionale, come dimostrerebbe questo strano oggetto trovato in una tomba egizia.

Qualche secolo più tardi Aristotele aveva notato che le donne usavano coprire il ‘giardino delle delizie’ – come direbbe un cinese d’altri tempi! – con incenso mescolato ad olio di oliva. Il che, da un punto di vista scientifico apparirebbe abbastanza plausibile poiché l’effetto spermicida delle sostanze contenute nell’incenso si sommerebbe alla ridotta motilità spermatica causata dall’uso dell’olio.

La soluzione apparve talmente plausibile che la dottoressa Marie Stopes riscoprì e adottò il metodo nella sua Mother’s Clinic for Birth Control, istituita a Londra nel 1921.

In tempi a noi relativamente più vicini dobbiamo attendere gli studi dell’anatomista Gabriele Falloppio, nel 1564, per vedere l’applicazione del condom – una sottile guaina di lino intrisa di una soluzione di sale ed erbe spermicide – per evitare non solo nascite indesiderate ma anche la sifilide, definita all’epoca ‘morbo gallico’ poiché la diffusione della malattia era attribuita alle intemperanze sessuali dei soldati d’Oltralpe.

Gabriele Falloppio
A sinistra l’anatomista Gabriele Falloppio, ideatore di una sorta di profilattico (quasi) ante litteram. A destra un testo del 1519 sul ‘morbo gallico’ – ovvero la sifilide – da evitare con l’uso della Capote d’anglaise.

Poco meno di due secoli più tardi, nel 1750, il re Luigi XVI – perennemente ‘indaffarato’ con le compiacenti cortigiane – ricevette, molto discretamente, da Londra la ‘capote d’anglaise’, ossia… l’impermeabile inglese, foderato di velluto e seta per rendere ancor più agevole l’uso del regale ‘attributo’ dell’insaziabile monarca.

In Inghilterra, presso la città di Birmingham, nei sotterranei del castello di Dudley cono stati rinvenuti profilattici ricavati da budelli di animali e utilizzati intorno alla metà del XVII secolo…

Nell’Ottocento si ritorna al budello di capra finché, nel 1839, l’industriale Charles Goodyear inventa quasi casualmente il processo di vulcanizzazione della gomma, risolvendo così molti problemi dei sempre più numerosi automobilisti e, ancor di più, qualche  possibile imbarazzo degli stessi automobilisti quando si dedicavano al più rilassante  e diffusissimo ‘sport’ caratteristico del ‘riposo del guerriero’.

Grazie all’introduzione della gomma, anche la Capote d’anglaise fa enormi progressi! Questo è un modello ‘portatile’ e… riutilizzabile.
Eremon Edizioni – Con moltissime illustrazioni.
In libreria o anche presso: www.eremonedizioni.it

 

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