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Pietro Maso – massacrò i genitori per l’eredità

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Pietro maso è un criminale italiano colpevole di avere ucciso, con l’aiuto di alcuni amici, i genitori per poter intascare l’eredità.

Biografia

Pietro nasce in un paesino in provincia di Verona ed è il terzo figlio di Antonio Maso e Rosa Tessari. La sua infanzia è serena e la sua vita trascorre normale. Lascia la scuola al terzo anno dell’istituto agrario e comincia a fare piccoli lavoretti.

La sua vita di paese non gli basta più, è sempre più attratto dai soldi e dalla bella vita e comincia a fare una vita consumistica. Mentre lavora in una concessionaria d’auto scopre la vita notturna del veronese e comincia a giocare al Casinò di Venezia.

I soldi però non gli bastano mai e prende una decisione drastica: uccidere i genitori per intascare l’eredità

Primi tentativi, non riusciti

Pietro MasoPietro comincia a pianificare l’omicidio circa sei mesi prima, nell’autunno del 1990. Insieme ad alcuni amici, Giorgio Carbognin, Paolo Cavazza e Damiano Burato, architetta dei piani che però falliscono.

Primo tentativo

Il primo verrà anche scoperto dalla madre, che però non si insospettirà. Il 3 marzo Pietro Maso mette delle bombole di gas nella taverna della casa in cui vive con i genitori. Di fianco sistema la centralina di alcune luci psichedeliche che si attivano con i suoni, di quelle usate durante le feste, e mette una sveglia con l’allarme puntato alle nove e trenta. Poi sistema dei vestiti nel camino spento per ostruirlo.

Il suo piano è quello di aprire le bombole, far riempire la taverna di gas e aspettare che l’allarme della sveglia faccia attivare la centralina delle luci, la cui scintilla farebbe saltare in aria la casa.

Commette però un errore e toglie la sicura alle bombole di gas dimenticandosi di aprire le manopole. La madre troverà tutto il materiale poco prima delle nove e trenta e chiede spiegazioni al figlio. Pietro risponde che le luci servivano per una festa e le bombole per alimentare due stufe. Dirà anche che la sveglia l’aveva trovata in macchina e non sapendo che farne l’aveva appoggiata sul tavolo.

Non sa però fornire spiegazione per i vestiti nel camino che sarebbero in realtà serviti a bloccare la fuoriuscita d’aria ampliando l’onda dell’esplosione.

Secondo tentativo

Pochi giorni prima del delitto la madre di Pietro trova in una tasca dei pantaloni del figlio diverse banconote. Pietro si è licenziato da poco, com’è possibile che abbia dei soldi in tasca? Chiede spiegazioni e il figlio risponde che sono delle commissioni che la concessionaria per cui aveva lavorato non gli aveva liquidato in tempo. Rosa è perplessa e Pietro sembra volerla rassicurare: le propone infatti di accompagnarla lui stesso alla concessionaria per verificare la sua versione.

In realtà nell’auto che porterà la signora Rosa sul posto di lavoro del figlio ci sarà anche Giorgio Carbognin che, d’accordo con Pietro, dovrà colpirla in testa con uno schiaccia bistecche.

Giorgio però non ha il coraggio di colpire Rosa e Pietro si vede costretto a inventare una bugia in fretta. Dice allora alla madre di avere scoperto che un’amico era coinvolto in un traffico di computer e che quest’ultimo gli aveva dato dei soldi affinché mantenesse il segreto. Rosa sembra credere a questa versione e anche questo piano va a monte.

Il terzo tentativo

Un terzo tentativo prevedeva che Giorgio avrebbe dovuto colpire i genitori di Pietro nel garage, quando tornavano da un’uscita. Ancora una volta però il giovane non ha il coraggio di agire e i quattro elaborano per la quarta volta un piano che questa volta andrà a termine.

L’omicidio

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L’ultimo piano elaborato doveva funzionare assolutamente.

Pietro aveva rubato dal conto della madre, con una firma falsa, 25 milioni di lire da dare a Giorgio.

Quest’ultimo aveva chiesto un prestito di 24 milioni per comprare un’auto, ma quando i suoi genitori si erano opposti all’acquisto invece di ridare i soldi alla banca li spende insieme agli amici in locali e casinò. Pietro doveva uccidere i genitori prima che scoprissero l’ammanco.

Il 17 aprile 1991 i coniugi Maso si recano fuori città. Pietro chiede loro di essere a casa per le undici, così da lasciargli l’auto per andare in discoteca, e il padre acconsente. Prima delle 23 Pietro si trova in un bar con i complici a discutere gli ultimi dettagli e poi vanno insieme alla casa di Pietro ad aspettare i genitori.

Rosa e Antonio arrivano a casa verso le 23.10 e parcheggiano l’auto nel garage. Antonio prova ad accendere la luce, ma la corrente è staccata e va quindi al piano superiore a verificare il contatore. Lì, nascosto, ci sarà il figlio ad aspettarlo.

Appena vede il padre entrare in cucina, Pietro lo colpisce con una spranga di ferro e l’amico Damiano lo colpisce con una pentola. Antonio non cade subito e i due continuano a picchiarlo fino a che rimane privo di conoscenza.

Poco dopo anche Rosa, allarmata, sale le scale e viene colpita da Paolo e Giorgio. Rosa non muore subito e continuano a colpirla.

Perde conoscenza ma respira ancora, decidono così di soffocarla con un cuscino. Non ci riescono e Pietro dice a Giorgio di prendere un sacchetto di plastica dalla cucina e asfissiarla.

Dopo 53 minuti, i genitori di Pietro muoiono. Maso e gli amici mettono in disordine la casa per simulare una rapina, si tolgono le tute insanguinate e vanno in alcuni locali della zona per crearsi un alibi. Alle due rientra a casa e fa la finta scoperta, allertando i vicini che chiamano la polizia.

Le indagini

Inizialmente si pensa ad una rapina andata male, poi però alcuni elementi insospettiscono la polizia. Prima di tutto i cassetti della casa e il loro contenuto sono sparsi per la casa, quando di solito dei ladri li aprono per cercare dei soldi e se non li trovano li richiudono o li chiudono a metà, ma di certo non perdono tempo a spargere tutto per terra.

Poi notano che il figlio della coppia non sembra affatto scioccato né dispiaciuto e i sospetti ricadono su di lui.

Dopo ore di interrogatorio, finalmente Pietro confessa e dopo di lui anche i suoi complici.

Il processo

Il caso suscita una grande reazione mediatica e il processo viene seguito dalla stampa. Gli imputati vengono sottoposti ad una perizia psichiatrica ma vengono ritenuti tutti in grado di intendere e di volere.

Pietro reclama la sua fetta di eredità ma il suo avvocato gli consiglia di rinunciarvi se non vuole rischiare l’ergastolo.

Il ragazzo vi rinuncia e viene condannato in primo grado a 30 anni, pena confermata anche in secondo grado e in cassazione. I suoi complici vengono condannati a 26 anni ciascuno tranne Burato che, essendo minorenne, viene condannato a 13 anni.

Pietro Maso oggi

Pietro ha scontato la sua condanna che, con l’indulto e la buona condotta, doveva terminare nel 2015. Invece è stato rilasciato nel 2013.

Appena uscito dal carcere ha firmato un libro della sua storia, “Il male ero io”, scritto però da una giornalista, e dice di aiutare altri giovani che gli scrivono dicendogli di sentire il desiderio di uccidere i genitori.

Si è successivamente trasferito in Spagna, a Siviglia, e poi è tornato in Italia. 

Ecco un’intervista rilasciata al settimanale Chi e pubblicata il 20 gennaio che potete trovare in questo articolo in cui Pietro Maso racconta della chiamata ricevuta da Papa Francesco