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“Oculus – Il riflesso del male”: indagine sul paranormale

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Oculus review

Ammaliante, travolgente, appassionante, seducente, sopraffino, inquietante. E potremmo continuare. Facile aggettivare un film del calibro di “Oculus – Il riflesso del male”. In questo film, per chi scrive, non vi è nulla fuori posto: trama, personaggi, sceneggiatura, effetti speciali, sviluppo ed epilogo della storia. È il 5 settembre 2013: al Toronto International Film Festival viene trasmessa la premiere di “Oculus”. È un successo. Due anni dopo, il film avrà due nomination in occasione degli Empire Awards del 2015: miglior film horror (solo 3° classificato alle spalle di “The Babadook” e “Annabelle”) e miglior debutto femminile (vincitore del premio grazie alla convincente interpretazione di Karen Sheila Gillan).

“Oculus”, capolavoro dell’horror

Artefice di questo gioiello datato 2013 della cinematografia horror è Mike Flanagan. Regista ma anche scrittore del film e responsabile del montaggio. All’origine del film “Oculus” vi è, tuttavia, un precedente cortometraggio di Flanagan, intitolato “Oculus: Chapter 3 – The Man with the Plan”, lavoro i cui protagonisti sono solo un attore e uno specchio.

L’idea – geniale – verrà elaborata sino a farne un vero e proprio lungometraggio. Nelle intenzioni dei produttori e degli studios, “Oculus” doveva essere realizzato con la tecnica del found footage. Una tecnica, tuttavia, inflazionata e sovente poco redditizia. Flanagan si oppone e alla fine gira il proprio film mediante tecniche “tradizionali”.
Il film ruota attorno a pochi personaggi, coloro i quali vanno a costituire la famiglia Russell: Kaylie Russell (interpretata dalla già citata Karen Sheila Gillan), Tim Russell (Brenton Thwaites), Marie Russell (Kathryn Ann “Katee” Sackhoff) e Alan Russell (Rory Cochrane). I fratelli Kaylie e Tim, quando ancora bambini di 12 e 10 anni, sono interpretati rispettivamente da Rachel Annalise Basso e Garrett Ryan.

“Oculus” è un classico esempio di come un film di assoluta qualità possa avere una trama semplice e lineare: un antico specchio maledetto, una tragedia che – nell’arco di 11 anni – vede coinvolti tutti i membri della famiglia Russell. L’azione si svolge in casa, un ambiente intimo e familiare.

È lo specchio, tuttavia, il reale protagonista del film. Un protagonista silente, che non parla, che non si muove. Immobile, statico ma i cui effetti malefici e soprannaturali parlano e raccontano più di mille battute. Un oggetto imponente, indubbiamente lussuoso, ma che, invero, suscita un certo turbamento solo a guardarlo.

Film semplice e geniale allo stesso tempo. Il genio si percepisce, anzitutto, nel modo in cui si sviluppa la narrazione. Un continuo palleggiamento e susseguirsi di flashback, spesso senza soluzione di continuità. Passato e presente vanno, così, ad accavallarsi grazie ad un abile gioco di fitti ricordi e inquietanti allucinazioni manifestate dai protagonisti. Una modalità narrativa assai efficace, finalizzata ad esaltare ed alimentare ritmo, suspense ed inquietudine.

Un secondo tocco di genio è dato dalla sceneggiatura stessa del film. Si tratta, infatti, di un’appassionante indagine sul paranormale in cui razionale e soprannaturale si intrecciano.
La tenace e mai doma Kaylie vuole a tutti i costi fare luce attorno all’improvvisa psicosi e alle successive morti violente dei propri genitori, Marie e Alan, e agli strani fenomeni accaduti in casa causati dalla presenza dello specchio, il quale, in passato, aveva già seminato morte. Lo fa, non senza attriti, assieme al fratello Tim, ormai dimesso dall’ospedale psichiatrico in cui era stato ricoverato 11 anni prima, accusato di aver ucciso il proprio padre.

L’indagine, nelle intenzioni di Kaylie, è finalizzata a smascherare la spettrale verità: è lo specchio la causa di tutto. Scientifica e meticolosa, Kaylie riesce a convincere Tim, in un primo momento scettico di fronte alle bizzarre teorie della sorella. Anzi, sono gli accadimenti paranormali stessi a far traballare – e infine crollare – la riluttanza di Tim.

Tra allucinazioni, crescente pathos ed un epilogo tanto macabro quanto cinematograficamente impeccabile, l’indagine porta ad una sola conclusione: lo specchio non può essere sconfitto. L’oggetto, dunque, continuerà a seminare follia e morte, i suoi influssi malefici – che portano le vittime a non distinguere più la realtà dalla immaginazione e dalle allucinazioni – non possono essere contrastati. Lo specchio, contrariamente a quanto escogitato da Kaylie, non può essere distrutto. Anzi, il suo ingegnoso piano per distruggere lo specchio le si ritorcerà contro. È Tim, inconsapevole e preda di allucinazioni, ad attivare il meccanismo che ucciderà la cara sorella, a sua volta avvicinatasi allo specchio per abbracciare la madre. Allucinazioni fatali.
Tim, come 11 anni prima, viene arrestato per l’omicidio della sorella Kaylie. Il fantasma di Kaylie osserva la scena assieme alle anime del padre e della madre.

“Oculus”, invero, non è il primo film che scorre sui binari dell’indagine attorno al paranormale. Solo per citare un esempio recente, nel 2011 usciva “1921 – Il mistero di Rookford” (titolo originale “The Awakening”), per la regia di Nick Murphy. Il raffinato horror britannico – la cui protagonista è Florence Cathcart, magistralmente interpretata da Rebecca Hall – sviluppa la propria storia secondo una scientifica indagine attorno al paranormale. Indagine che, inevitabilmente, condurrà a verità sconvolgenti.

In “Oculus”, tuttavia, l’indagine condotta da Kaylie non vuole dimostrare l’assenza di fenomeni paranormali, bensì l’esatto contrario, ossia l’influsso maligno dello specchio.

Lo specchio e il maligno

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“Specchio, servo delle mie brame”…
Recitava così la celebre battuta di “Biancaneve”, pronunciata dalla regina cattiva.
Da sempre, dunque, lo specchio è sinonimo di Male, portatore di sventure, servo di loschi personaggi e fini.
“Oculus” riprende questo tema. Molteplici, infatti, le leggende e le storie che hanno come malefico protagonista uno specchio. Basti pensare allo specchio maledetto della piantagione di Myrtles, in Louisiana (USA). Leggende, episodi paranormali mai spiegati, apparizioni di fantasmi, creepypasta, giochi maledetti: lo specchio è, in tutte queste circostanze, presente e protagonista.

Lo specchio, dunque, è da sempre considerato una sorta di portale attraverso il quale maligno e anime intrappolate possono manipolare i viventi, palesarsi e interagire – anche in modo violento – con e nella la dimensione terrena. La natura dell’oggetto, del resto, si presta a interpretazioni che sfociano nel paranormale e nel soprannaturale: le immagini riflesse negli specchi possono suscitare ipotesi, fantasie, visioni, allucinazioni, disturbi, ansie, domande, angosce, suggestioni apparentemente inspiegabili.

Ed è proprio lo specchio di “Oculus” ad incarnare il Male. Un male che non ha volto né nome né particolari motivazioni. Quello specchio così elegante è puro Male.

“Oculus” interpreta appieno e con personalità questo concetto di Male fine a se stesso.
5 milioni di Dollari di budget, un incasso al box office di oltre 44. Numeri che testimoniano l’assoluto valore della pellicola in questione.
Un film tutto da assaporare e, soprattutto, da vedere senza mai perdere il filo della narrazione: i continui flashback e la complessità di alcuni espedienti narrativi (specie in fatto di allucinazioni e Doppelgänger) non tollerano distrazioni.

Gli specchi, dopo aver visto “Oculus”, non sono più semplici specchi…

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