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Il delitto di Simonetta Ferrero: caso irrisolto

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Simonetta ferrero

Primi Anni ’70, Milano, l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Sono sufficienti questi tre elementi – temporali e geografici – per fare di una vicenda di sangue un caso da prima pagina. Un caso irrisolto, un “cold case” italiano la cui trama, i cui intrecci e i cui enigmi sembrano scritti, studiati a tavolino da un abile sceneggiatore di gialli. Una vicenda degna di una serie televisiva o di un romanzo. La vittima, però, è tremendamente reale.

Simonetta Ferrero, una donna in carriera

La protagonista di questa storia di cronaca nera si chiama Simonetta Ferrero. Nata a Casale Monferrato nel 1945 da una famiglia benestante piemontese ma residente a Milano, Simonetta incarna la classica ragazza in carriera. Brillante, studiosa, impegnata nel volontariato, ambiziosa ma non arrivista, nella sua accezione negativa del termine. Munny – così viene affettuosamente chiamata Simonetta – si laurea nel marzo del 1969 all’Università Cattolica del Sacro Cuore in Scienze Politiche.

Grazie alle preziose conoscenze e ad un padre – Francesco – dirigente, Simonetta Ferrero entra alla Montedison (nata Montecatini Edison), uno dei più importanti ed influenti gruppi industriali e finanziari italiani. La Facoltà di Scienze Politiche, all’epoca, vede in qualità di preside Gianfranco Miglio, incarico che occuperà per trentanni. Il famoso giurista, politologo e politico è anche consigliere del Presidente della Montedison stessa, Eugenio Cefis (1971-1977). Simonetta, dunque, grazie tanto alle proprie qualità quanto agli innegabili legami interni alla azienda, è assunta alla Montedison in veste di responsabile del personale. Una mansione impegnativa, all’altezza delle ambizioni di Simonetta.

Benché in carriera, Simonetta vive con la famiglia: il già citato padre Francesco, la madre Liliana (casalinga), le sorelle Elena – biologa all’Università Statale – ed Elisabetta, laureanda in Biologia. Una famiglia classica. Anzi, la classica bella famiglia: genitori presenti, cattolici, figlie studiose, educate ed ormai inserite nel mondo del lavoro ad alti livelli, una bella casa a Milano, in via Osoppo. Lo zio è il monsignor Carlo Ferrero, colui che avrà l’ingrato compito di celebrare i funerali della povera ragazza piemontese nella parrocchia tra Via Osoppo e Piazzale Brescia.

Perché, dunque, uccidere una donna come Simonetta Ferrero?

L’omicidio

Le tappe che scandiscono le ultime ore di vita di Simonetta Ferrero e conducono al delitto trovano la propria collocazione temporale il 24 luglio del 1971. Simonetta deve sbrigare delle faccende, tra cui alcune relative all’imminente viaggio in Corsica con la famiglia: il cambio delle Lire in Franchi, l’estetista, la profumeria, la tappezzeria, l’acquisto di un dizionario italiano-francese. Ore spensierate: il tram, Corso Vercelli, Corso Magenta, probabilmente Via Carducci e Galleria Borella.

Secondo testimonianze oculari e gli scontrini rinvenuti sulla scena del delitto, Simonetta Ferrero – attorno a metà mattinata – è ancora viva. In questo lasso di tempo, infatti, i testimoni incontrano o avvistano la ragazza nelle citate attività commerciali e all’entrata dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Non è mai stato chiarito il perché Simonetta si rechi all’Università di sabato mattina, prima di una vacanza.

Fatto è che Simonetta, a casa, non tornerà mai. Ne viene denunciata la scomparsa. Invano.

Simonetta è stata brutalmente uccisa all’interno dell’ateneo milanese.

Il ritrovamento

Mario Toso

Il corpo senza vita di Simonetta Ferrero viene scoperto la mattina del 26 luglio 1971. Un lunedì. Sono all’incirca le 9 del mattino quando l’attenzione di Mario Toso, un seminarista e studente di Filosofia di 22 anni intento a recarsi presso la segreteria dell’Istituto di scienze religiose, viene catturata da una apparente perdita d’acqua proveniente dai bagni delle donne del blocco G. Il giovane si ferma, entra nella toilette, frattanto si accorge che la maniglia della porta è sporca di una qualche sostanza appiccicosa. È sangue. C’è sangue anche in terra e sulla porta stessa. Entrato nel locale dei servizi igienici femminili, si imbatte dapprima nel lavandino aperto, quindi nel corpo senza vita di Simonetta Ferrero, riverso a terra, su un fianco, la testa poggiata su un braccio. Il sangue è ovunque: sulle porte dei singoli bagni, in terra. Simonetta giace al centro del locale, leggermente decentrata e vicina alla finestra.

Toso, impaurito, scappa. Ritorna al seminario, a Mirabello Monferrato. L’allarme per il ritrovamento della ragazza viene così dato dai custodi e da altre studentesse.

Simonetta presenta 33 ferite inferte mediante una lunga ed affilata arma da taglio (altre fonti indicano 44 coltellate), di cui sette inflitte in zone vitali. Collo, volto e ventre sono martoriati. La vittima non presenta segni di violenza sessuale. È ancora vestita. Le ferite riscontrabili sui palmi delle mani indicano una difesa strenua da parte della ragazza. L’analisi della scena del crimine, infatti, tratteggia e descrive una Simonetta combattiva, che cerca in tutti i modi di fuggire e divincolarsi, nonostante venga sopraffatta dalla furia omicida del proprio assassino.

Non solo: le macchie di sangue (l’impronta delle dita di una mano maschile) sulla facciata esterna della porta dei bagni – quella che, in sostanza, affaccia sul corridoio – e le macchie ematiche a terra in corrispondenza dell’uscio suggeriscono che l’assassino (con mani, abiti e scarpe sicuramente sporchi di sangue) sosti qualche istante prima di uscire dal locale delle toilette. Un uomo alto: 1,80 m, probabilmente anche di più.

L’individuo è fermo, sulla porta: vuole accertarsi che nessuno passi in quel momento e che nessuno sia stato attirato dalle grida di aiuto e dolore della ragazza. Quindi, indossa abiti puliti, si lava dal sangue ed esce.

Chi ha ucciso Simonetta Ferrero? E perché?

Pochi indizi, nessun colpevole

Questo giallo contempla al proprio interno una domanda alla quale non è mai stata data una risposta certa ed effettiva: perché Simonetta si trova all’Università? E perché proprio nei bagni del blocco G, distanti rispetto all’entrata dell’edificio universitario? Simonetta si reca all’ateneo per recuperare alcuni appunti o solo per meri motivi fisiologici, inevitabili nel corso di una intensa mattinata trascorsa ad espletare gli ultimi preparativi in previsione della vacanza in Corsica? Forse ha un appuntamento con un’altra persona la quale, poi, si rivelerà essere il proprio assassino? O forse, a sua insaputa, è stata seguita dall’assassino stesso sino al tragico epilogo? Non è dato sapere.

Ad ogni modo, le piste investigative si rivelano, sin dai primi istanti, deboli e inconsistenti. Mario Toso, sebbene la sua posizione appaia, in un primo momento, traballante e sospetta, fuoriesce dalle indagini: nessun indizio a suo carico, nessuna prova che lo inchiodi alla scena del delitto (ritrovamento accidentale del cadavere di Simonetta a parte), nessun movente, nessun legame con la vittima.

Una rapina finita in tragedia? Anche questa opzione viene prontamente scartata: Simonetta indossa ancora un anello d’oro al dito ed ancora tutti i soldi nel portafogli: 3000 Lire e 300 Franchi francesi.

Violenza sessuale? Il dubbio permane, benché siano assenti indizi in questo senso. Eppure, l’efferatezza del delitto non può escludere l’omicidio a sfondo sessuale o passionale figlio di un raptus. C’è chi ipotizza, infine, un movente professionale. Simonetta, infatti, non aveva assunto alcuni laureati alla Montedison, scartandone i curriculum: una vendetta per la mancata assunzione? Una pista, invero, mai suffragata dalle indagini.

Si indaga, inoltre, anche su alcuni individui e “strani” studenti che sono soliti molestare e provocare le studentesse e le ragazze pendolari. Indagini, indagini, interrogatori, testimonianze, un gran chiacchiericcio attorno a Simonetta e alle persone che frequentano l’ateneo milanese ma nulla di concreto che conduca al colpevole, all’assassino. Si penserà, anni dopo, persino ad un collegamento con l’omicidio di Lidia Macchi, uccisa nel gennaio 1987 a Varese ed il cui profilo è compatibile con quello di Simonetta. Ipotesi, tuttavia, suggestiva ma mai avvalorata.

Dalle indagini, pertanto, non emerge nulla. Nulla di nulla. Nel 1993, una lettera anonima inviata al Questore Achille Serra indica quale colpevole un sacerdote della “Cattolica”. Un molestatore seriale. Anche in questo caso, però, tutto cade nel vuoto. È l’ultimo “colpo di coda” in una vicenda che definire misteriosa e ancora non a fuoco appare riduttivo.

Siamo nel 1971 e l’investigazione si avvale di tecniche – analisi della scena del crimine, patologia forense, profilazione criminale, ecc. – che oggi definiremmo obsolete o embrionali. Non esiste ancora, ad esempio, la prova del DNA, esame il quale, oggi, avrebbe forse condotto ad un nome e cognome e riscritto per sempre le sorti di un caso alquanto intricato.

L’assassino di Simonetta Ferrero, verosimilmente, non avrà mai volto e identità.

Il risultato? Il delitto perfetto.

 

Fonte delle foto: Corriere Milano