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Il Mistero di Via Monaci: il caso Fenaroli

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Caso Fenaroli

Stiamo per addentrarci in un caso di cronaca ricco di pathos e misteri. Un episodio che – anche se appare cinico affermarlo – ha segnato un’epoca; non solo in virtù della massiccia portata mediatica ma, soprattutto, di una serie di elementi distintivi che lo rendono così vivo ed intrigante. Il cosiddetto Mistero di Via Monaci (o caso Fenaroli) costituisce ormai parte della storia contemporanea di Roma e d’Italia, un giallo – annacquato dall’inesorabile trascorrere del tempo e, probabilmente, ignoto alle nuove generazioni – che va ad arricchire la nutrita lista dei casi di cronaca nera consumatisi nella Capitale. Un giallo che, nel suo sviluppo ufficiale, ricorda un episodio di Jessica Fletcher ma, andando a scavare, potrebbe celare macchinazioni occulte degne del miglior James Bond.

Il delitto di Maria Martirano

Teatro del “caso Fenaroli” è Via Ernesto Monaci al civico 21, Roma. Ci troviamo nel quartiere Nomentano, a due passi da Piazza Bologna.
Giovedì 11 settembre 1958. Maria Teresa Viti, domestica presso l’appartamento della vittima, suona ripetutamente al campanello. Ma la padrona di casa tarda ad aprire la porta. Suona più e più volte. Nulla, nessuna risposta.

La domestica chiede aiuto, vorrebbe entrare in casa. Telefona al fratello della padrona di casa. Subentra, allora, Marcello Chimenti, speleologo. Questi si cala dalla finestra della cucina ed entra in casa. Ma la scena che si rivela ai suoi occhi ha il sapore di un brutto colpo di scena: la padrona di casa, Maria Martirano, classe 1909, è riversa sul pavimento della cucina, con la testa rivolta verso il mobilio. Morta. Strangolata. Indossa una vestaglia a temi floreali. Nessun segno di effrazione. La donna è la moglie di Giovanni Fenaroli, geometra, titolare della ditta Fenarolimprese, attiva nel settore dell’edilizia ma – a quanto pare – sull’orlo del fallimento. L’imprenditore abita a Milano.

Le indagini, dirette da Ugo Macera, non tardano ad attivarsi. I primi sospetti ricadono sul marito della vittima, Giovanni Fenaroli, il quale, però, ha un alibi di ferro. Il delitto, infatti, si è consumato tra le 23:30 e le 00:30 della notte tra il 10 e l’11 settembre 1958. Fenaroli parla al telefono con la moglie Maria Martirano sino alle 23:30 circa. Impossibile, dunque, che il Fenaroli abbia materialmente ucciso la donna, quest’ultima la quale aveva un passato – nei primi Anni ’30 – di “intrattenitrice” nelle case di tolleranza.

La scena del delitto inizia a parlare e raccontare di fatti e possibili retroscena. Si fa avanti la pista della rapina sfociata in tragedia. Ma non convince del tutto: mancano sì 400,000 Lire (i cinegiornali dell’epoca parlano di 1 milione di Lire) e alcuni gioielli (successivamente riapparsi, più di un anno e mezzo dopo, nell’armadio personale dell’assassino nella ditta presso la quale lavora), ma in camera vengono ritrovate polizze assicurative, tra cui una di 150 milioni di Lire sulla vita della signora Martirano in Fenaroli. Una cifra solleticante, una movente ideale per un omicidio. Uxoricidio a sfondo economico: metter mano su una somma di denaro, nel 1958, esorbitante.

Fenaroli subisce pesanti, stressanti interrogatori. Ma non cede, dimostrando una fortezza sbalorditiva. Giovanni Fenaroli ha un alibi, certamente, ma si ipotizza la presenza e la complicità di un sicario. Insomma, un killer su commissione. Chi? D’un tratto, il presunto sicario ha nome e volto.

Raoul Ghiani, il fedele sicario

Caso Fenaroli

Raoul Ghiani entra prepotentemente nella vicenda in qualità di assassino materiale di Maria Martirano, moglie di Giovanni Fenaroli. Chi è Ghiani? Raoul Ghiani, 27 anni di Milano, è un elettrotecnico. Fisico possente, viso da attore, ambito dalle donne. Vive assieme alla madre, Clotilde, al fratello Luciano e alla sorella Lia. Un ragazzo in regola, insomma, che si divide tra lavoro alla ditta Vembi di Milano, bar, sale da ballo, comitiva. Insospettabile. Un tipico ragazzo Anni ’50 alla “Poveri ma belli”. Tanto appariscente quanto innocuo, sembrerebbe.

Fenaroli e Ghiani entrano in contatto tramite Carlo Inzolia, amico di Ghiani nonché fratello di Amalia Inzolia, amante del Fenaroli e deceduta un anno prima. Come sarebbero andati i fatti, allora?
Il 10 settembre, Ghiani parte per Roma, in aereo, atterra all’aeroporto di Ciampino. Il biglietto è a nome di un certo ingegner Rossi.
Ghiani, giunto nella Capitale, si reca in Via Ernesto Monaci 21. Frattanto, Giovanni Fenaroli avvisa la moglie, mediante la già citata telefonata conclusa attorno alle 23:30, che il Ghiani sarebbe passato a casa per ritirare alcuni documenti riservati da riportare a Milano, presso gli uffici della Fenarolimprese. Commesso l’omicidio (camuffando l’accaduto quale conseguenza fortuita di una rapina), Ghiani fa il proprio ritorno a Milano in treno, in tempo per andare a lavoro la mattina dell’11 settembre. Il cartellino viene prontamente timbrato.
Un’andata e ritorno tra Milano e Roma a tempo di record: i tempi, per la difesa, non tornano. Tutto troppo veloce. Per l’accusa, invece, la dinamica è provata e provabile.

Le testimonianze circa la presenza di Ghiani nei luoghi portanti del delitto – il volo Milano-Roma, Roma, il treno Roma-Milano – appaiono sovente confuse ed eccessivamente generiche. Indiziarie. Gli investigatori, dunque, in che modo sono riusciti a risalire a Raoul Ghiani? Anzi, andrebbe posta la seguente domanda: chi ha incastrato Raoul Ghiani?

La “gola profonda” porta il nome di Egidio Sacchi, ragioniere e braccio destro di Fenaroli.
È il Sacchi a prenotare il biglietto d’aereo con il quale Ghiani raggiungerà Roma. Egli assiste alla famigerata telefonata nella quale Fenaroli avverte la moglie circa l’arrivo di Ghiani. 1 milione di Lire: sarebbe questa la cifra pattuita da destinare al fido Ghiani, improvvisatosi killer su commissione. Scopo, ovvio, incassare il denaro della polizza sulla vita di Maria Martirano, che vede Giovanni Fenaroli quale unico beneficiario.

L’iter processuale

L’attesa per le sentenze del “caso Fenaroli” è trepidante. Opinione pubblica e stampa dibattono aspramente attorno ai controversi fatti consumatisi la sera del 10 settembre 1958: colpevolisti ed innocentisti si affrontano nei bar, in strada, nelle case, sulle pagine dei giornali. All’esterno del “Palazzaccio”, in Roma, è assiepata una folla di circa 20,000 persone. La morbosità e l’interesse per certe faccende, come si evince, ha radici profonde…
L’11 giugno 1961, Giovanni Fenaroli e Raoul Ghiani vengono condannati alla massima pena prevista in Italia: il carcere a vita, l’ergastolo. Carlo Inzolia, al contrario, è assolto per insufficienza di prove.

L’Appello, datato 27 luglio 1963, conferma l’ergastolo per Fenaroli ma non l’assoluzione di Inzolia, il quale, riconosciuto complice, viene condannato a 13 anni di reclusione.
Giovanni Fenaroli muore in carcere nel 1975. Raoul Ghiani riceve la grazia nel 1984, concessagli dal Presidente della Repubblica Alessandro Pertini. Carlo Inzolia ottiene la libertà condizionale nel 1970. Storia chiusa? No, tutt’altro. Ed ecco aprirsi, dopo la parentesi Jessica Fletcher, il risvolto in salsa James Bond.

I retroscena: tra complotti e colpi di coda

A metà Anni ’90, il delitto di Maria Martirano solletica nuovamente la curiosità dei giornalisti di inchiesta, ad iniziare da Antonio Padellaro, attualmente editorialista de Il Fatto Quotidiano. Ci si mette anche un colonnello del SIFAR (Servizio Informazioni Forze Armate) ad aggiungere pepe ad una vicenda probabilmente mai realmente archiviata.

Il “Mistero di Via Monaci”, pertanto e secondo le nuove tesi, non avrebbe al centro la famigerata polizza di 150 milioni di Lire. Secondo le inedite ipotesi, Fenaroli non avrebbe ucciso la moglie per intascare la lauta somma di denaro. Non ci sarebbe una “banale”, sebbene tragica, storia di soldi circoscritta ai coniugi Fenaroli: un matrimonio al capolinea, una moglie ignara e rassegnata, un marito spregiudicato e disposto a tutto, una succulenta assicurazione sulla vita. No, nulla di tutto ciò. L’omicidio della moglie dell’imprenditore sarebbe, dunque, parte di un complotto più ampio.

A quanto pare, il quadro finanziario della Fenarolimprese non è così drammatico come, invece, emerso nel corso delle indagini ufficiali. Non è nelle intenzioni del Fenaroli, quindi, uccidere la moglie. O meglio: Fenaroli è stanco della moglie e in più circostanze ammette la volontà di liberasene, specie in quei momenti in cui la ditta pare affogare nei debiti. La stessa polizza è al centro di strani movimenti: firme false, raggiri ma, tuttavia, non è Fenaroli il mandante dell’omicidio.

Secondo l’ex agente del SIFAR, Enrico De Grossi, Fenaroli è entrato in possesso di alcune carte che attesterebbero l’esistenza di tangenti elargite dall’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) di Enrico Mattei (ucciso in circostanze ancora poco a fuoco il 27 ottobre 1962) al Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, in carica dal 1955 al 1962. Fenaroli passa al ricatto: 500 milioni di Lire in cambio dei documenti e del silenzio. L’accordo, stando alla testimonianza del De Grossi, è cosa fatta. Gronchi informa persino Giovanni De Lorenzo, capo del SIFAR dal 1955 al 1962, Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri dal 1962 al 1966, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. L’uomo del cosiddetto “Piano Solo”, un colpo di Stato risalente al 1964.

Due agenti segreti, quindi, si dirigono a casa Fenaroli, dove trovano la moglie, Maria Martirano. La contrattazione, finalizzata al recupero di questi fantomatici documenti, finisce in tragedia: la Martirano, al corrente del ricatto, ricatta a sua volta gli agenti del SIFAR: vuole altri 500 milioni di Lire. Troppo per i due agenti: la donna viene uccisa. I servizi, allora, fanno ricadere la colpa su Fenaroli e Ghiani grazie ad abili depistaggi.
Due agenti: due persone, appunto. Un testimone diceva di aver visto due uomini entrare al civico 21 negli attimi immediatamente antecedenti al delitto. Una testimonianza, però, mai presa in considerazione in sede processuale.

Ghiani, secondo questa versione, risulta del tutto innocente, anzi, nemmeno presente sul luogo del delitto, incastrato, dunque, da Fenaroli, Sacchi e dagli agenti del SIFAR. Sacchi, dal canto suo, sarebbe il vero “Rossi”, nome fittizio sotto al quale si cela la figura del ragioniere di Fenaroli quando è impegnato in viaggi di affari. È davvero Sacchi il vero “Signor Rossi”? Il dubbio permane. Esiste, infatti, realmente un signor Rossi, un collaboratore di Fenaroli, deceduto in un incidente automobilistico 22 giorni dopo il delitto. Una morte strana…

Insomma, una vicenda di fondi neri dell’Italcasse, cospirazioni nazionali, servizi segreti, militari, tangenti, giochi di potere, pezzi di Stato. Ingredienti tipici dei classici misteri italiani.
Raoul Ghiani, nel 1996, sulla base di queste clamorose rivelazioni, vuole far riaprire il caso. Egli, sin da quel calare del 1958, si è sempre professato innocente, del resto. Se questa fosse la verità, Fenaroli, Ghiani e Inzolia sarebbero innocenti, autentiche vittime di un complotto di Stato travestito, al massimo, da “errore giudiziario”.

Questa versione dei fatti, però, è tutt’altro che condivisa ed accettata. Giochi di potere troppo inverosimili secondo alcuni, ad iniziare dal giornalista investigativo Fabio Sanvitale.
Eppure, le contraddizioni e le ambiguità permangono, ad alimentare dubbi e sospetti. Ad iniziare dal ritrovamento dei gioielli appartenuti a Maria Martirano, riapparsi improvvisamente un anno e mezzo dopo sul luogo di lavoro del Ghiani (l’armadietto personale presso la ditta Vembi) ma mai ritrovati prima di quel momento benché gli investigatori abbiano più volte perquisito l’abitazione e lo stesso armadietto.

L’iter processuale ci consegna una verità ufficiale sovente lacunosa alla quale si oppone una verità ancor più fumosa e, a tratti, inverosimile, fatta di retroscena tanto suggestivi quanto non dimostrabili.
Facce della medesima medaglia per un mistero senza fine.

A questa triste vicenda è ispirato il film “Il vedovo” del 1959 con Alberto Sordi.

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