Maria Ilenia Politanò esorcismo

Maria Ilenia Politanò, quando la superstizione uccide

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Trent’anni fa, in un casolare alla periferia di Polistena, in Calabria, si consumava una delle pagine più buie e incomprensibili della cronaca nera italiana. Una storia che intreccia ignoranza, superstizione, povertà culturale e una manipolazione criminale, culminata nel barbaro assassinio di una neonata di soli cinquanta giorni, Maria Ilenia Politanò. Un caso che, più di un semplice omicidio, si configura come un drammatico studio di patologia sociale e devianza collettiva.

L’arrivo al pronto soccorso

Reggio Calabria, 12 settembre 1994. Un uomo, Vincenzo Fortini, irrompe al pronto soccorso dell’ospedale stringendo tra le braccia un fagotto troppo piccolo e silenzioso. È Maria Ilenia. I medici, abituati a ogni tipo di emergenza, restano sconvolti davanti a quel corpicino martoriato. Segni di violenze indicibili, organi interni lesionati, un volto segnato da una crudeltà inaudita. La bimba non respira più. Lo sconcerto si trasforma in orrore: chi può aver compiuto tanto orrore su un essere così indifeso? La risposta, agghiacciante, non era lontana.

La follia collettiva nel casolare del delirio

Mentre i sanitari combattevano invano per la piccola vita, in un casolare di via Esperia a Polistena, nove persone attendevano in un silenzio carico di angoscia. Erano i familiari. All’arrivo delle forze dell’ordine, i giovani genitori, Laura Lumicisi e Michele Politanò, confessarono senza esitazione. Ammisero di aver assistito, insieme alla nonna e ad altri zii, al supplizio della figlia. La piccola era stata denudata, distesa su un tavolo, picchiata, scossa e seviziata. Il motivo? La convinzione delirante che fosse posseduta dal demonio.

Al centro del rituale folle c’era lo stesso zio che l’aveva portata in ospedale, Vincenzo Fortini, un fornaio di Genzano che, in un parossismo mistico, si era auto-investito del ruolo di esorcista. Nel corso di una veglia notturna, aveva convinto il gruppo che il male albergasse nella neonata. Le violenze inflitte – tra cui il gesto raccapricciante di soffiare nelle sue parti intime per “estrarre” il maligno – erano state accompagnate dal coro di preghiere degli astanti, totalmente asserviti al carisma distorto del “santone”.

Un anno di manipolazione e truffa

Per comprendere come una famiglia intera possa essere precipitata in un simile baratro, è necessario fare un passo indietro di un anno. Il contesto è fondamentale: una famiglia di umili braccianti, radicata in una cultura rurale dove religiosità popolare e superstizione convivono strettamente.

Dopo la morte del nonno per un tumore e in seguito a strani rumori in casa, la famiglia, vulnerabile e spaventata, cercò aiuto. Attraverso parenti di Roma, entrarono in contatto con Francesca Giananti, nota come “maga Yvette”. Per 25 milioni di lire (una cifra esorbitante per loro, poi ridotta a 3 milioni), la donna si trasferì nella loro casa per quindici giorni, inscenando sedute spiritiche e ipnosi, alimentando le paure invece di placarle. Prima di andarsene, compì l’atto più nefasto: “investì” tre membri della famiglia, Fortini, il fratello di Laura Mimmo (che si credette San Francesco) e una cugina (convintasi la Madonna), con presunti poteri esorcistici.

Fu la scintilla che diede il via a un delirio mistico collettivo. Fortini, credendosi guidato da Padre Pio, iniziò a vedere il demonio ovunque, in un crescendo paranoico che trovò il suo capro espiatorio nel membro più indifeso della famiglia: Maria Ilenia. Il suo pianto da neonata, fisiologico e normale, divenne nella mente distorta la prova definitiva della possessione.

Povertà, ignoranza e vittimizzazione secondaria

Dal punto di vista analitico, il caso Politanò si configura come un vero e proprio manuale di sociologia e criminologia, poiché incarna in modo emblematico dinamiche di vulnerabilità socioeconomica, vittimizzazione secondaria e suggestione collettiva. La famiglia rappresenta infatti un estremo caso di emarginazione, dove una condizione di indigenza materiale si è tradotta direttamente in una povertà di strumenti culturali e critici, lasciandola del tutto incapace di difendersi dalla manipolazione.

Già profondamente provati dal lutto e da paure ancestrali, i coniugi Lumicisi-Politanò subirono una drammatica vittimizzazione secondaria: dapprima truffati dalla maga Ivette, che sfruttò cinicamente la loro credulità, e in seguito plagiati dalla figura carismatica e distorta di Vincenzo Fortini, vennero così trascinati in una spirale degradante che li trasformò da vittime in carnefici. Questo processo fu reso possibile da una perfetta camera di eco rappresentata dal microcontesto familiare, dove le illusioni mistiche di ciascuno, chi credeva di incarnare Padre Pio, chi San Francesco, chi la Madonna, si alimentarono e rafforzarono vicendevolmente, annientando qualsiasi residua capacità di giudizio critico e cementando il gruppo in una coesa paranoia.

Infine, questo delirio collettivo attecchì e proliferò in un macrocontesto culturale preciso, quale era la Calabria rurale dell’epoca, un humus in cui antiche credenze pagane e un cattolicesimo popolare dai tratti fortemente folkloristici offrirono un terreno fertile per simili distorsioni, in un contesto sociale dove il confine tra fede e superstizione era, per molti, pericolosamente labile e sfumato.

L’epilogo giudiziario, una giustizia (in)completa?

Il processo si concluse con un verdetto che lasciò molti interrogativi.
Vincenzo Fortini fu condannato a 18 anni di reclusione come unico esecutore materiale.
Francesca Giananti, la maga, fu condannata a soli 1 anno e 8 mesi per truffa, una pena che non riconobbe appieno il suo ruolo di deus ex machina della tragedia.
Tutti gli altri familiari, compresi i genitori, furono assolti. La motivazione? “Ignoranza, superstizione e disperazione”. Il giudice li considerò incapaci di intendere e di volere, totalmente succubi della follia collettiva pilotata da Fortini.

Un’assoluzione che fa discutere ancora oggi, sollevando un dilemma etico-giuridico profondo: fino a che punto la manipolazione e l’ignoranza possono annullare la responsabilità genitoriale di proteggere la propria prole?

Il demone dell’ignoranza

Maria Ilenia Politanò non era posseduta dal demonio. Il vero demone era un mix letale di ignoranza, povertà culturale e manipolazione criminale. Un demone che alberga non negli inferi, ma nelle pieghe più oscure della società, dove la mancanza di educazione e opportunità crea vittime vulnerabili.

La sua storia è un monito atemporale. Un richiamo alla ragione, alla cultura scientifica e all’istruzione come unici veri antidoti all’oscurantismo. Ci ricorda che il male più grande spesso non ha le sembianze di un essere soprannaturale, ma quelle, terrene e tragiche, dell’irrazionalità umana.

Maria Ilenia avrebbe scoperto il mondo con i suoi occhi. Invece, il suo mondo è finito quel giorno di settembre, in un casolare dove la luce della ragione si era spenta da tempo, sostituita dalle tenebre della più cieca superstizione.

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