mostro di Chicago

Richard Speck, il mostro di Chicago

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L’aria era densa di sudore e paura. Corazon Amurao, detta Cora, una studentessa infermiera di 23 anni, si era infilata di nascosto sotto a un letto, mentre dall’altra parte della porta sentiva i rumori che non avrebbe mai più dimenticato: le sue amiche che venivano uccise una ad una.

Era circa mezzanotte quando l’uomo biondo con un marcato accento del sud era entrato nella loro casa-dormitorio al 2319 di East 100th Street, a Chicago. Aveva un coltello e una pistola, ma parlava con una calma spaventosa. “Nessuno si farà male se obbedite”, aveva detto mentre legava le ragazze con strisce di lenzuola strappate.

L’uomo, che avrebbe poi scoperto chiamarsi Richard Speck, portava via le sue compagne una alla volta. Prima Pamela, poi Suzanne, poi Mary Ann… Ogni volta, dopo qualche minuto, sentiva un tonfo sordo, a volte un rantolo, poi l’acqua del rubinetto che scorreva. Speck si lavava le mani dopo ogni omicidio. Prima che l’uomo separasse le ragazze, chiudendole in stanze diverse, Cora decide di strisciare sotto al letto. Ha il cuore in gola e cerca di non fare nemmeno il minimo rumore mentre sente le sue amiche morire una ad una.

“Quando ha preso Valentina, l’ultima prima di me, ho sentito dire ‘Masakit!’ “Fa male!” in filippino”, racconterà Cora anni dopo. Poi, il silenzio. Per cinque interminabili ore rimase immobile, convinta che sarebbe stata la prossima. L’assassino però era ubriaco e sotto effetto di droghe e non si era accorto che quando era entrato in casa, le ragazze erano 9. Avendo visto gli 8 letti del dormitorio e avendo ucciso 8 ragazze, aveva pensato di averle uccise tutte, ma non sapeva che proprio quella notte un’amica delle studentesse aveva deciso di andare a trovarle, andando, inconsapevolmente, incontro alla sua morte. Ecco perché Cora si è salvata.

Solo all’alba, quando il sole iniziò a filtrare dalle finestre, Corazon trovò il coraggio di strisciare fuori. La scena che la accolse era un incubo: Gloria Davy, nuda e senza vita sul divano, strangolata con i propri indumenti intimi. Le altre ragazze giacevano nelle stanze vicine, ognuna uccisa in modo diverso.

Affacciata alla finestra, Cora urlò quello che sarebbe diventato il grido più famoso di Chicago:

Oh mio Dio, sono tutte morte!

La sua testimonianza sarebbe stata cruciale per inchiodare Speck. Ma per Cora, quella notte non finì mai davvero. “Ogni volta che sento scricchiolare un letto”, confessò anni dopo, “mi torna tutto davanti agli occhi.”

L’uomo con il coltello e la voce ipnotica

mostro di Chicago
L’immagine mostra cinque delle otto studentesse infermiere uccise nel luglio 1966 dal serial killer Richard Speck. L’immagine è quella pubblicata nell’edizione del 15 luglio 1966 dell’Oakland Tribune.

Speck non irruppe come un tornado di violenza. Entrò con metodo, quasi educatamente, usando la sua voce profonda e l’accento texano come un’arma psicologica. “State tranquille, non vi farò nulla se obbedite”, ripeteva mentre legava le ragazze con una precisione quasi professionale.

Le infermiere, inizialmente paralizzate dalla paura, tentarono di ragionare con quell’uomo che parlava con voce calma mentre le legava. Con toni concilianti che nascondevano il terrore, una dopo l’altra gli offrirono ciò che potevano come i loro risparmi o promesse di aiuto per trovare lavoro. Ma ogni parola cadeva nel vuoto di quella mente ormai irraggiungibile, mentre Speck continuava il suo lavoro con metodica precisione, come se quelle voci supplicanti fossero solo rumore di fondo. Tagliava le lenzuola con lo stesso coltello da caccia che poco dopo avrebbe usato per trafiggere il cuore di Pamela Wilkening. Quando Suzanne Farris cercò di scappare, la raggiunse con pochi lunghi passi e la colpì alla schiena, dicendo semplicemente: “Dove pensi di andare?”.

Speck agiva con una metodicità inquietante che rivelava una tecnica crudele e calcolata. Le sue mani, addestrate durante gli anni in marina, creavano nodi tanto perfetti quanto letali. Isolava le vittime in stanze diverse, una strategia freddamente efficace per prevenire qualsiasi tentativo di resistenza collettiva. La sua violenza seguiva un ritmo spietato: colpi rapidi e mortali per la maggior parte, ma con terribili eccezioni. Gloria Davy fu costretta a un’agonia prolungata, tenuta in vita per ore come ultima, tragica vittima di quella notte di orrore, prima che i suoi indumenti intimi diventassero lo strumento del suo strangolamento. Ogni gesto, ogni decisione rivelava una mente che aveva pianificato l’orrore con lucida determinazione.

Quella notte, Speck non perse mai il controllo. Anzi, sembrava a suo agio, come se finalmente avesse trovato il suo vero scopo. Quando uscì dalla casa alle 2:37 del mattino, si fermò a lavarsi le mani nel lavandino del seminterrato. Poi sparì nel buio, lasciandosi dietro il più brutale massacro nella storia di Chicago.

L’infanzia che fabbricò un mostro

Benjamin Franklin Speck, il padre biologico di Richard, rappresenta forse l’unico punto di luce nella vita del futuro assassino. Morì improvvisamente per un infarto nel 1947, quando Richard aveva solo sei anni. Operaio onesto e padre affettuoso, Benjamin lavorava come imballatore alla Western Stoneware a Monmouth, Illinois. La sua morte prematura lasciò il piccolo Richard in balia di Carl Lindberg, il nuovo marito alcolizzato e violento della madre. Quando si ubriacava, Lindberg sfogava la sua rabbia violenta su Speck. Il bambino andava male a scuola e bighellonava sempre con ragazzi più grandi, diventando ben presto un criminale. Prima del famoso massacro, infatti, aveva già una lunga lista di crimini alle sue spalle.

Forse, se Benjamin fosse sopravvissuto avrebbe potuto rappresentare un freno alla deriva criminale del figlio. Invece, la sua assenza creò un vuoto che nessuno, certamente non il brutale patrigno, avrebbe mai colmato. Quell’uomo gentile, che Richard ricordava con rari momenti di tenerezza, divenne solo un fantasma del passato, mentre il ragazzo scivolava sempre più nell’oscurità.

Nel 1962, a 21 anni, sposò Shirley Malone solo perché l’aveva messa incinta. La loro “casa” era un trailer pieno di bottiglie vuote, dove Speck la violentava regolarmente. Mi minacciava col coltello e mi violentava, dicendo che doveva fare sesso quattro o cinque volte al giorno, raccontò Shirley in seguito. Finalmente, la donna trovò il coraggio di divorziare dal marito violento, appena sei mesi prima che lui compisse il massacro delle studentesse. Dopo il divorzio venne arrestato per un furto e un accoltellamento, ma sua sorella Carolyn lo aiutò a scappare in autobus. Tornò nella città dove aveva passato parte della sua infanzia e nell’aprile del 1966 violentò una donna di sessantacinque anni e uccise una barista, il cui corpo fu ritrovato con il fegato distrutto da un colpo all’addome. Fu interrogato, ma riuscì a interrompere l’interrogatorio con una scusa, promettendo di tornare.

Quando dopo diversi giorni non si ripresentò per terminare l’interrogatorio, la polizia andò all’albergo dove alloggiava, ma Speck se n’era già andato.

Il giorno del massacro, Speck aveva bevuto per ore nelle taverne. Aveva violentato e derubato una donna e poi, ubriaco e armato, aveva vagato per le strade di Chicago per poi fare irruzione nella casa del massacro verso le 11 di notte.

La caccia all’uomo e quel tatuaggio maledetto

Dopo gli omicidi, per due interminabili giorni Chicago visse nel terrore mentre la polizia setacciava ogni angolo della città alla ricerca del mostro che aveva sterminato otto infermiere. Intanto, Richard Speck si muoveva come un’ombra tra i bassifondi, inconsapevole che l’arresto era vicino.

La svolta arrivò nelle prime ore del 17 luglio, quando Claude Lunsford, un senzatetto con cui Sperck aveva condiviso una serata di bevute, lo riconobbe grazie ad un identikit pubblicato su un giornale. Lunsford chiamò la polizia, ma nessuno si presentò all’hotel dove alloggiava. Poco dopo però, l’assassino venne ritrovato sanguinante dopo un goffo tentativo di suicidio. Portato d’urgenza al Cook County Hospital, fu il giovane medico LeRoy Smith a notare quel particolare che avrebbe cambiato tutto: sul braccio sinistro di Speck, appena visibile sotto il sangue, c’era un tatuaggio con la scritta “Born to Raise Hell” – “Nato per seminare il caos”, un particolare notato da Amurao e presente su tutti i giornali.

Durante l’arresto, nelle sue tasche trovarono un macabro bottino: l’orologio rubato a Gloria Davy, appena cinque dollari rimasti dei quarantadue presi alle vittime, e un biglietto dell’autobus per Dallas con su scritto “Mamma, torno a casa”. Quel tatuaggio che si era fatto da ragazzo per sembrare più duro si rivelò la prova che lo inchiodò alla sedia elettrica. Il destino volle che l’orgoglio criminale che lo aveva spinto a marchiarsi la pelle divenisse la firma che lo consegnò alla giustizia.

Il processo: 49 minuti per la condanna a morte

La corte di Peoria tratteneva il respiro quando Cora Amurao scese dal banco dei testimoni e puntò il dito contro Speck:
“Questo è l’uomo che ha ucciso le mie amiche”.

Lui non batté ciglio. Con i suoi occhi azzurri spenti e un completo blu prestato dall’avvocato, sembrava più un impiegato di banca che un mostro. L’avvocato difensore Gerald Getty provò a sostenere l’infermità mentale, ma il perito confermò: “È un sociopatico, ma perfettamente consapevole delle sue azioni”.

La giuria impiegò meno di un’ora a decidere e venne condannato a morte tramite sedia elettrica. Tuttavia, nel 1972 la Corte Suprema abolì la pena di morte e la condanna di Speck fu commutata in 800 anni di carcere. Morì nel 1991 a causa di un infarto.

I video choc di Richard Speck in prigione

Nel 1996, venne ritrovato un video esplosivo. Le immagini granulose, presumibilmente registrate di nascosto nel 1988 nel penitenziario di Stateville, mostravano un Speck trasformato mentre si vantava della sua vita in prigione e partecipava ad atti sessuali con un altro detenuto. Nel controverso filmato, l’assassino sniffava quella che sembrava cocaina, sventigliava mazzette di banconote e mostrava con orgoglio il seno sviluppato a causa di trattamenti ormonali. Rivolto a un intervistatore fuori campo, Speck parlò con inquietante nonchalance del massacro e alla domanda sul perché avesse ucciso le ragazze, rispose con una risatina:

“Che vuoi che ti dica… non era la loro notte”

L’origine del video rimane misteriosa. Un giornalista televisivo di Chicago lo ottenne da un avvocato dell’Illinois (rimasto anonimo), che a sua volta lo avrebbe ricevuto da un detenuto. La sua comparsa nel maggio 1996 riaccese l’indignazione nazionale, soprattutto tra i familiari delle vittime, che videro Speck non solo sfuggire all’esecuzione ma addirittura prosperare nel sistema carcerario che avrebbe dovuto punirlo. Le immagini fornirono la prova agghiacciante che, per questo killer senza rimorsi, l’ergastolo si era trasformato in tutto tranne che una punizione.

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