Danzatori di San Giovanni in pellegrinaggio a Molenbeek, dipinto di Pieter Brueghel il Giovane del 1592

La piaga del ballo di Strasburgo (1518)

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Strasburgo, metà di luglio del 1518. In una delle vie strette della città, tra case a graticcio e botteghe, una donna comincia a ballare. Non c’è una festa, non c’è un suonatore, nessuno le batte il tempo. Balla e basta, con movimenti che non sembrano suoi. Le ore passano e lei non si ferma. Non si ferma nemmeno il giorno dopo.

Nel giro di pochi giorni attorno a lei si formano altri ballerini involontari: artigiani, servi, donne, forestieri. Entro una settimana sono decine. I medici della città scuotono la testa, il Consiglio si riunisce, il vescovo chiede spiegazioni per lettera. Comincia così uno degli episodi più strani della storia europea: la piaga del ballo di Strasburgo, la più documentata di tutte le «epidemie danzanti».

Ma cosa sappiamo davvero? Molto meno, e allo stesso tempo molto di più, di quanto raccontino le versioni che girano online. Perché tra i documenti d’archivio del 1518 e le cronache scritte decenni dopo c’è una distanza enorme. E in quella distanza la storia è cresciuta: le vittime, i numeri, persino il nome della prima ballerina.

In breve
Cosa: un’«epidemia» di ballo involontario, chiamata all’epoca malattia o ballo di San Vito.
Dove: Strasburgo, allora città libera del Sacro Romano Impero (oggi Francia, Alsazia).
Quando: da metà luglio a fine estate 1518.
Quante persone: circa 50 secondo i documenti dell’epoca; «oltre 100 nello stesso momento» per Daniel Specklin; fino a 400 secondo una cronaca familiare più tarda.
Morti: nessuna fonte contemporanea parla di morti; le cifre fino a 15 al giorno compaiono solo in testi posteriori.
Fine: i danzatori furono portati in pellegrinaggio alla cappella di San Vito sopra Saverne.
Ipotesi: malattia psicogena di massa, avvelenamento da segale cornuta, pratica religiosa legata al culto di San Vito. Nessuna è certa.

Strasburgo nel 1518: una città ricca e inquieta

All’inizio del Cinquecento Strasburgo è una delle città più importanti dell’area renana. È una città libera imperiale: risponde direttamente all’imperatore, si governa con un proprio Consiglio (il Magistrato) e ha una cattedrale la cui guglia è tra le più alte d’Europa. Qui lavorano stampatori, umanisti, mercanti. Il segretario della città è un uomo famoso in tutta Europa: Sebastian Brant, l’autore della Nave dei folli (1494), satira in versi sulle follie umane.

Sotto la superficie, però, la vita è dura. Lo storico britannico John Waller, autore del libro più noto sull’episodio (A Time to Dance, a Time to Die, 2008), descrive anni di raccolti scarsi, pane caro, instabilità politica e nuove malattie come la sifilide, arrivata da poco in Europa. A questo quadro si aggiunge un clima religioso teso: pochi mesi prima, nell’ottobre del 1517, Martin Lutero aveva reso pubbliche le sue critiche alle indulgenze.

Va detto che non tutti gli storici condividono questo ritratto apocalittico. La medievista alsaziana Élisabeth Clementz, recensendo l’edizione francese del libro di Waller, ha contestato diversi «cliché», per esempio il presunto ritorno in massa di lebbra, vaiolo e peste nell’Alsazia del 1518, che secondo lei sarebbe difficile da dimostrare.

La donna che cominciò a ballare

Secondo la versione più diffusa c’è una data precisa, il 14 luglio 1518, e un nome: Frau Troffea. Avrebbe ballato da sola davanti a casa per quattro, cinque o sei giorni, mentre il marito la implorava di smettere. Poi, sfinita, sarebbe stata portata via su un carro.

Qui le fonti si dividono. I tre documenti scritti nel 1518 o pochi anni dopo (gli Annali di Sebastian Brant, la cronaca dell’umanista Hieronymus Gebwiler e la risposta del Magistrato al vescovo) parlano di una donna senza nome, imitata da una cinquantina di persone. Il nome Troffea arriva da Paracelso, il medico svizzero che si stabilì a Strasburgo solo alla fine del 1526. Nei suoi scritti racconta di una «Frau Troffea» che avrebbe finto la malattia ogni volta che il marito la contrariava, ma senza dire dove né quando vivesse. Secondo Clementz si tratta di un nome «molto improbabile», e il catalogo della mostra del 2018 a Strasburgo lo definisce un’invenzione, così come l’altro nome che a volte circola, «Ennelin».

Insomma: una donna ci fu davvero, e fu la prima. Ma il suo nome, la sua via e la sua storia personale non li conosciamo.

Litografia di Charles Spindler del 1893 che raffigura l'epidemia di ballo di Strasburgo del 1518
L’epidemia del 1518 immaginata da Charles Spindler per l’Elsässer Bilderbogen (1893). Immagine: Charles Spindler, Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Da cinquanta a quattrocento: come crescono i numeri

Quante persone ballarono? Dipende da chi si legge, e soprattutto da quando è stato scritto.

  • Circa 50: è la cifra dei documenti contemporanei, e una fonte la colloca già al 25 luglio.
  • 34 in una settimana: è il dato che Waller ricava dalle cronache per i primi giorni.
  • «Oltre 100 nello stesso momento»: lo scrive l’architetto e ingegnere Daniel Specklin, nelle sue Collectanea presentate al Consiglio nel 1587, settant’anni dopo i fatti.
  • Circa 400: lo riporta la cronaca della famiglia Imlin, anch’essa successiva.

Il problema delle fonti tarde è evidente. La cronaca di Specklin, per esempio, è giunta fino a noi in modo travagliato: il manoscritto originale andò perduto nell’Ottocento e quello che leggiamo oggi è la ricostruzione pubblicata da Rodolphe Reuss nel 1890. Altre cronache ancora sono del Seicento. E nell’Ottocento il medico tedesco J. F. C. Hecker, che rese famosa la «danzomania» medievale, datò addirittura l’episodio di Strasburgo al 1418, un secolo prima: una confusione che si ritrova ancora in alcuni testi.

I morti: il punto più controverso

È il dettaglio che rende la storia così famosa: gente che ballò «fino alla morte», con fino a 15 vittime al giorno nel momento peggiore. Lo si legge in quasi tutti gli articoli in rete.

Eppure, secondo Clementz, nessun autore contemporaneo parla di morti. Le frasi sui decessi compaiono in Specklin, che scrive «molti ballarono fino a morirne», e in cronache ancora più tarde, come quella di Johannes Wencker, nato nel 1590, oltre settant’anni dopo i fatti. Waller sostiene che Wencker raccolse i ricordi di decine di sopravvissuti; Clementz trova la cosa poco credibile, proprio per ragioni di date. La stessa voce inglese di Wikipedia oggi riconosce che gli storici non sono d’accordo sull’esistenza stessa delle vittime, e il portale tedesco web.de, riprendendo lo storico Gregor Rohmann dell’Università di Francoforte, classifica i racconti dei morti tra i «miti».

Questo non significa che nessuno sia morto: ballare per giorni sotto il sole di luglio, quasi senza mangiare, può uccidere. Significa che la cifra spaventosa dei «15 al giorno» non ha un appoggio solido nei documenti del 1518. Quanti siano stati davvero i morti, se ce ne furono, resta sconosciuto.

Cosa dicono i documenti d’archivio

Per fortuna Strasburgo conserva alcune carte prodotte mentre l’epidemia era in corso. Sono state esposte nel 2018 al Musée de l’Œuvre Notre-Dame, nella mostra 1518. La fièvre de la danse, curata da Cécile Dupeux con gli storici Georges Bischoff ed Élisabeth Clementz. Eccole in ordine:

  • 23 luglio 1518: le deliberazioni di una commissione nominata dal Magistrato, e istruzioni sulle persone da mandare a Saverne (Archivi municipali di Strasburgo, serie III, 200/15). C’è anche una nota del Magistrato alle confraternite.
  • 25 luglio 1518: una lettera del Magistrato al vescovo di Strasburgo, Guglielmo di Honstein, che aveva chiesto informazioni su questa «insolita malattia» (der ungewönlichen kranckheit halb). È oggi conservata negli Archivi dipartimentali del Basso Reno (12 J 1495).
  • 2 agosto 1518: il divieto dei balli pubblici, su un foglio firmato da Sebastian Brant.

Le date raccontano una cosa interessante. Nella versione popolare il pellegrinaggio a San Vito arriva solo alla fine, dopo settimane di tentativi falliti. Le carte d’archivio, invece, parlano di persone da mandare a Saverne già il 23 luglio, a una decina di giorni dall’inizio. Probabilmente le due cose andarono avanti in parallelo per tutta l’estate.

Ordinanza del 2 agosto 1518 che vieta i balli pubblici a Strasburgo, firmata da Sebastian Brant
Il divieto dei balli pubblici emanato dal Magistrato di Strasburgo il 2 agosto 1518 e firmato da Sebastian Brant. Immagine: Wikimedia Commons, pubblico dominio.

«Ballare fino a guarire»: la cura che peggiorò le cose

Secondo la lettera al vescovo, i medici consideravano la malattia «naturale», dovuta alla congiunzione degli astri di quell’anno e al caldo della stagione. Le ricostruzioni successive parlano soprattutto di «sangue troppo caldo», secondo la medicina degli umori di Galeno. In ogni caso i medici esclusero cause soprannaturali e, invece dei salassi, avrebbero proposto il rimedio più strano: lasciar ballare i malati finché la febbre non si fosse esaurita da sola.

Le cronache raccontano che le autorità misero a disposizione le sale delle corporazioni dei carpentieri e dei conciatori, il mercato del grano e un palco di legno davanti al mercato dei cavalli. Furono pagati musicisti con tamburi, flauti e pifferi, e uomini e donne robusti per ballare con i malati e sostenerli. Specklin aggiunge che si distribuirono cibo e vino e che furono cacciati dalla città mendicanti, prostitute e altre persone considerate «indecenti».

Il risultato fu l’opposto di quello sperato. La musica attirava gente, lo spettacolo alimentava la paura e, secondo Waller, molti si convinsero che fosse San Vito in persona a punire la città. Così il Consiglio cambiò rotta: smontò i palchi e vietò quasi ogni ballo e ogni musica. Restavano permessi, per le persone «onorevoli», i balli alle nozze e alle prime messe, ma solo con strumenti a corda e senza tamburi né tamburelli. Secondo Specklin il divieto fu tolto solo alla fine di settembre.

Un dettaglio che pochi riportano: il ballo restò un sorvegliato speciale. Negli archivi di Strasburgo c’è un altro divieto di danza datato 15 giugno 1547, proprio il giorno della festa di San Vito.

Il pellegrinaggio alla grotta di San Vito

All’inizio di agosto, racconta Specklin, furono mandati artigiani a Saverne (in tedesco Zabern), una quarantina di chilometri a nord-ovest di Strasburgo, per preparare la cappella di San Vito. I malati furono raccolti per strada, caricati su carri e accompagnati da sorveglianti.

La meta era il santuario dell’Hohlenstein, sulle colline boscose sopra Saverne: una grande grotta di arenaria, citata già nel 1338, con una cappella costruita tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento. Lì si svolgeva un rito preciso. I preti mettevano ai danzatori un paio di scarpe rosse, le aspergevano di acqua santa sopra e sotto, vi tracciavano croci con l’olio consacrato. Ai malati si davano piccole croci da tenere in mano, tra incenso e formule in latino. Poi li si faceva girare attorno all’altare, si raccoglieva una piccola offerta (pagata dalla città per chi non poteva permettersela) e si celebrava la messa. Secondo Specklin il pellegrinaggio aiutò quasi tutti.

Perché proprio scarpe rosse? Non c’è una risposta certa. Una delle letture proposte rimanda alla leggenda di San Vito, martire che secondo la tradizione fu gettato in un calderone di olio bollente. Nella chiesa parrocchiale di Saverne si conserva ancora una statuetta del Seicento che lo mostra mentre emerge dal calderone.

La cappella di San Vito presso Saverne in una litografia di Henri-Charles Müller del 1820 circa
La cappella di San Vito (Sankt Veit) sopra Saverne, meta del pellegrinaggio dei danzatori, in una litografia di Henri-Charles Müller (1820 circa). Immagine: Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Il santuario ha avuto una storia movimentata. La casa dell’eremita che lo custodiva è citata dal 1520; durante la Rivoluzione, nel 1793, il complesso fu trasformato in fattoria; nel 1818 il culto di San Vito fu trasferito nella cappella dentro la grotta; nel 1865 un incendio distrusse gli edifici. Oggi la grotta di Saint-Vit si raggiunge con un sentiero nel bosco, vicino alle rovine del castello di Greifenstein: è aperta, non illuminata e gratuita. Della cappella superiore restano solo tracce. Al Museo del castello dei Rohan di Saverne è conservato un rilievo in legno policromo con la Vergine, San Vito e un papa, legato a quel culto.

Perché San Vito?

Nel tardo Medioevo San Vito (in francese saint Guy, in tedesco Sankt Veit) era considerato il protettore contro l’epilessia, le convulsioni e i disturbi «che fanno muovere il corpo». Si credeva che potesse mandare il ballo come punizione e, allo stesso tempo, guarirlo. Da qui nasce l’espressione «ballo di San Vito», che i medici useranno poi per malattie neurologiche vere e proprie come la corea di Sydenham. Ma è un altro discorso: quella è un’infezione che provoca movimenti involontari, non certo giorni di danza ritmica. L’altro santo legato al ballo era San Giovanni Battista, festeggiato il 24 giugno: nel 1374 si parlava infatti di «ballo di San Giovanni».

Anche la Riforma ebbe la sua opinione. In una conversazione del 1533 Filippo Melantone liquidò il ballo di San Vito come pura «ossessione del diavolo», e Lutero rispose che quel fantasma stava ormai scomparendo.

Non era la prima volta: le epidemie danzanti lungo il Reno

Strasburgo 1518 è l’episodio più famoso, ma non il primo. Waller nota che tutte le grandi epidemie danzanti europee tra il 1374 e il 1518 avvennero in una zona relativamente vicina, lungo il Reno e la Mosella:

  • Kölbigk, Sassonia (XI secolo): la leggenda dei ballerini che, maledetti da un prete per aver danzato davanti alla chiesa la notte di Natale, non riuscirono più a fermarsi per un anno.
  • 1374, Aquisgrana e Paesi Bassi: uomini, donne e bambini ballano per ore nelle strade; il cronista Pietro di Herentals scrive che danzavano «nelle case, nelle chiese e nelle strade». Il fenomeno si diffonde a Liegi, Utrecht, Tongeren.
  • 1463, Obernai (Alsazia): i conti della città registrano un pagamento a «malati che ballano» arrivati da Saint-Jean-de-Bassel, a circa 80 chilometri.
  • 1518, Basilea: secondo Gregor Rohmann, mentre Strasburgo ballava ci furono casi isolati anche lì.

Nel Sud Italia, intanto, esisteva il tarantismo pugliese, con persone che dicevano di essere state morse dalla taranta e «guarivano» ballando sulla musica giusta. E le Fiandre avevano i pellegrinaggi verso Molenbeek, vicino a Bruxelles, disegnati da Pieter Bruegel il Vecchio nel 1564.

Incisione di Hendrik Hondius da Bruegel il Vecchio: pellegrinaggio di danzatrici a Molenbeek
Il pellegrinaggio dei “malati del ballo” a Molenbeek: incisione di Hendrik Hondius da un disegno di Pieter Bruegel il Vecchio del 1564. Immagine: Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Paracelso e le tre «danze»

Il primo a teorizzare in termini medici il ballo di San Vito fu proprio Paracelso, intorno al 1537. Distingueva tre forme: una chorea lasciva, nata da desideri voluttuosi; una chorea imaginativa, prodotta dall’immaginazione; e una chorea naturalis, con cause fisiche. Oggi la sua storia della moglie che balla per far dispetto al marito appare apertamente misogina. Gli si riconosce però un merito: aver cercato la causa nella mente, e non nei demoni o nelle stelle.

Le teorie moderne

Segale cornuta (ergotismo)

È l’ipotesi più citata in rete. L’ergot è un fungo, Claviceps purpurea, che infesta la segale in annate umide e produce alcaloidi affini all’LSD: può causare convulsioni, spasmi e allucinazioni. Ma ha anche un effetto vasocostrittore, cioè riduce l’afflusso di sangue a mani e piedi, fino alla cancrena. Per Waller è difficile immaginare persone avvelenate capaci di ballare in modo coordinato per giorni. Il sociologo Robert Bartholomew aggiunge che non tutte le zone colpite consumavano segale e che le epidemie non cadevano sempre nelle stagioni umide.

Malattia psicogena di massa

È la teoria di Waller, oggi la più diffusa. Una popolazione stremata da fame e malattie, che crede profondamente nella vendetta di San Vito, entra in uno stato alterato di coscienza, una sorta di trance. E la trance si «trasmette» per suggestione: più gente balla, più gente teme di essere stata colpita. Waller la paragona all’epidemia di risate scoppiata nel 1962 in una scuola di Kashasha, nell’allora Tanganica (oggi Tanzania): secondo Focus coinvolse 95 alunni su 159 e costrinse la scuola a chiudere. È lo stesso tipo di fenomeno di cui abbiamo parlato a proposito dei Diavoli di Loudun.

Una pratica religiosa, non una «mania»

Una terza linea, più recente, rifiuta l’idea della follia collettiva. Bartholomew suggerisce che molti «danzatori» medievali fossero pellegrini, con rituali che agli osservatori sembravano strani. Lo storico tedesco Gregor Rohmann, autore di un ampio studio intitolato Tanzwut (Gottinga 2013), osserva che la parola stessa è un’etichetta ottocentesca applicata a fenomeni diversi. Secondo lui nessuna sindrome moderna spiega tutto: nella cultura cristiana il ballo involontario era il segno di chi si sentiva abbandonato da Dio e sperava nel suo ritorno. E aggiunge, con onestà rara: «Non sappiamo ancora che cosa sia successo concretamente».

Le spiegazioni dell’epoca

Per i medici di Strasburgo, come visto, fu una malattia naturale dovuta agli astri e al caldo, per il clero era la collera di San Vito, mentre per l’umanista Hieronymus Gebwiler, che scrisse pochi anni dopo, era un segnale divino perché la città imparasse la moderazione, un fatto da ricordare «per mille anni». Le ipotesi neurologiche, come la corea di Huntington, non reggono per un fenomeno che colpì decine di persone tutte insieme.

Cinquecento anni dopo

Il ballo di Strasburgo non ha mai smesso di affascinare. Lo scrittore francese Jean Teulé ne ha tratto il romanzo Entrez dans la danse (2018), poi diventato fumetto con Richard Guérineau. Il regista Jonathan Glazer ha girato durante il lockdown del 2020 il cortometraggio Strasbourg 1518. Florence + the Machine gli ha dedicato Choreomania (2022) e Kiran Millwood Hargrave il romanzo The Dance Tree. Il libro di Waller, invece, divide: per Clementz, che ne ha segnalato diversi errori, è più vicino a un romanzo storico che a un’opera scientifica.

Il «ballo di San Vito» del 1518 sta al confine tra medicina e fede, come altri casi strani che abbiamo raccontato, dalla ragazza svedese che dormì per 32 anni a Gloria Ramirez, la «donna tossica».

Una città che ballava senza musica

Di quell’estate restano pochi fogli d’archivio, una grotta nel bosco sopra Saverne e una storia che ogni secolo ha raccontato a modo suo. I documenti parlano di una cinquantina di persone, di medici perplessi, di un Consiglio che prima fa suonare i musicisti e poi vieta i tamburi. Le cronache successive aggiungono centinaia di danzatori e morti a decine. Forse la verità sta in mezzo. Forse non la conosceremo mai.

Resta l’immagine da cui tutto è partito: una donna sola in una via di Strasburgo, che balla senza musica e non riesce a smettere. Nessuno ha mai saputo dire con certezza cosa sentisse. E forse è proprio questo che, cinquecento anni dopo, continua a inquietarci.

Se ti interessano i casi in cui mente, corpo e fede si intrecciano, leggi anche I Diavoli di Loudun, Karolina Olsson, la ragazza che dormì per 32 anni e Gloria Ramirez, la donna tossica.

Fonti

Immagine in evidenza: Pieter Brueghel il Giovane, I danzatori di San Giovanni a Molenbeek (1592), Wikimedia Commons, pubblico dominio.

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