Lanterna di Halloween ricavata da una rapa intagliata con una candela accesa

Stingy Jack, l’uomo che ingannò il Diavolo: la vera storia della zucca di Halloween

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In breve
Prima delle zucche c’erano le rape. E prima ancora c’era Jack, un uomo che secondo il folklore irlandese riuscì a ingannare il Diavolo due volte e per questo venne rifiutato sia dal Paradiso sia dall’Inferno. Da allora vagherebbe nel buio con un tizzone acceso dentro una rapa scavata. In questo articolo ricostruiamo la leggenda, le sue versioni raccolte dalla voce dei contadini irlandesi, le misteriose luci delle paludi che le hanno dato il nome, e scopriamo che l’Italia aveva le sue “zucche dei morti” molto prima che arrivasse Halloween.

Immagina una strada sterrata nell’Irlanda rurale, una notte di fine ottobre di cent’anni fa. Niente lampioni, solo nebbia che sale dalla torbiera e il rumore dei tuoi passi. A un certo punto, davanti a te, si accende una luce. Piccola, tremolante, come quella di una lanterna. Ti sembra qualcuno che cammina sulla strada. Fai qualche passo verso di lei e la luce si sposta. Si spegne. Si riaccende un po’ più in là, verso la palude.

Se a quel punto avessi chiesto a un anziano del posto cosa avevi visto, probabilmente ti avrebbe risposto con un nome solo: Jack. Jack della Lanterna. L’uomo che non è voluto né in Cielo né all’Inferno.

È da lui, da questa figura a metà tra un racconto da osteria e una storia di fantasmi, che viene il nome inglese della zucca di Halloween: jack-o’-lantern. Ma la sua storia è molto più strana, più antica e più sorprendente di quanto immagini. E, come vedremo, ci porta fino in Italia.

Chi era Stingy Jack

Nella versione più conosciuta, Jack è un uomo del popolo irlandese, a volte un fabbro, sempre un ubriacone, bugiardo e soprattutto tirchio. Da qui il soprannome: Stingy Jack, “Jack il taccagno”. Non è un eroe e non è un mostro: è un furbo di paese, uno di quelli che troverebbero il modo di non pagare il conto anche al bancone dell’Inferno.

Ed è proprio al bancone che comincia tutto. Una sera Jack invita il Diavolo a bere con lui. Arrivato il momento di pagare, non ha nessuna intenzione di tirare fuori una moneta. Così propone al Diavolo un’idea: trasformarsi lui stesso in una moneta, saldare il conto, e poi tornare alla sua forma. Il Diavolo, chissà perché, accetta.

Ma Jack, invece di pagare, si infila la moneta in tasca, accanto a una piccola croce d’argento. Il Diavolo resta intrappolato: la croce gli impedisce di riprendere il suo aspetto. Per uscire deve scendere a patti, e Jack detta le condizioni: lo lascerà andare solo se per un certo tempo (un anno in alcune versioni, dieci in altre) non verrà a cercarlo e, soprattutto, se alla sua morte non reclamerà la sua anima.

Passato il tempo, il Diavolo torna. E Jack lo frega di nuovo. Gli chiede, come ultimo desiderio, di arrampicarsi su un albero (spesso un melo) per raccogliere un frutto. Quando il Diavolo è tra i rami, Jack incide una croce nella corteccia, o ne dispone alcune attorno al tronco. Il Diavolo non può più scendere. Per liberarsi deve promettere ancora: niente anima di Jack, mai.

Esiste anche una variante in cui Jack è un ladro inseguito dagli abitanti di un villaggio. Incontrato il Diavolo, gli propone di trasformarsi in moneta per pagare la refurtiva, così che poi, sparendo, scateni una rissa tra i paesani. Anche qui la moneta finisce nel borsellino accanto a una croce, e il risultato è lo stesso.

Né Paradiso né Inferno

Come tutti, prima o poi anche Jack muore. Si presenta alle porte del Paradiso, ma una vita fatta di bevute, imbrogli e avarizia non è il miglior biglietto da visita: viene respinto. Allora scende all’Inferno, ed è qui che la leggenda tocca il suo punto più amaro. Il Diavolo mantiene la parola. Non può prendersi l’anima di Jack, e non vuole nemmeno.

Jack resta fuori da entrambi i mondi, al buio. Chiede almeno qualcosa per vedere dove andare. Il Diavolo, con disprezzo, gli lancia un tizzone ardente preso direttamente dalle fiamme infernali. Jack, che in tasca aveva una rapa, la scava, ci mette dentro la brace e se ne va con questa lanterna improvvisata.

Da quel giorno, dice la tradizione, vaga sulla terra senza pace. Gli irlandesi presero a chiamarlo “Jack of the Lantern”, Jack della Lanterna. Col tempo il nome si accorciò: Jack-o’-Lantern.

Antica lanterna di rapa irlandese di inizio Novecento al Museum of Country Life
Lanterna di rapa irlandese di inizio Novecento, Museum of Country Life (Irlanda). Foto: utente anonimo, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Le cento facce di Jack: cosa raccontavano davvero gli irlandesi

La versione “da manuale” che hai appena letto è quella che circola oggi su libri e siti. Ma la tradizione orale era molto più varia, e per fortuna abbiamo modo di ascoltarla quasi dal vivo.

Tra il 1937 e il 1939 la Commissione irlandese per il folklore chiese ai bambini delle scuole elementari di tutto il Paese di raccogliere dai nonni e dai vicini storie, credenze e superstizioni. Il risultato è la Schools’ Collection, oggi consultabile online sul sito dúchas.ie: migliaia di quaderni scritti a mano. E Jack della Lanterna compare in tantissimi di essi.

In un racconto della contea di Offaly, Jack è un uomo che litiga con la moglie, parte in cerca di lavoro e muore senza trovarlo. San Pietro gli dice che in Paradiso non c’è posto, al Purgatorio non lo vogliono, e quando arriva alle porte dell’Inferno il Diavolo lo colpisce in faccia lasciandogli un segno rosso. Quel segno è la luce che vediamo vagare: chi la segue, si perde.

Una versione dalla contea di Waterford è quasi comica: respinto da San Pietro, Jack viene mandato al Purgatorio, dove gli dicono di “scendere un piano più giù, che c’è un alloggio più economico”. All’Inferno il Diavolo gli marchia il naso con un attizzatoio rovente, e da allora Jack se ne va in giro con una lanterna appesa al naso bruciato.

In altre testimonianze Jack non ha nemmeno una storia: è semplicemente una presenza. Un ragazzo “non abbastanza buono per il Paradiso e non abbastanza cattivo per l’Inferno”, come scrive una scolara della contea di Galway, che si vede di notte nelle torbiere. Oppure un piccolo uomo con una lanterna che appare nei terreni paludosi.

E qui entra in gioco un dettaglio interessante. Quasi tutte queste testimonianze concordano su una cosa: Jack non è innocuo. La sua luce inganna, abbaglia, fa smarrire la strada. Un racconto di Wexford dice che alcune persone che provarono a seguirla ci lasciarono la vita. E c’era anche un rimedio, ripetuto in diverse contee: se ti accorgi che una luce ti sta portando fuori strada, gira la giacca al rovescio.

Una testimonianza di Tipperary racconta di un certo Patrick Dwyer che, tornando a casa tardi, vide una luce venirgli incontro e pensò fosse una bicicletta. La luce sparì, e lui non riuscì più a trovare la via di casa: camminò avanti e indietro sulla strada fino alle sei del mattino. All’alba scoprì di essere proprio davanti al suo cancello.

Che cosa abbia visto davvero Patrick Dwyer quella notte, nessuno può dirlo. Ma è da storie come la sua che nasce la leggenda.

Prima delle zucche: le rape che facevano paura

Se oggi pensiamo a Halloween vediamo zucche arancioni sorridenti. Ma nelle isole britanniche dell’Ottocento la scena era decisamente più inquietante.

Lo storico Ronald Hutton, uno dei massimi studiosi del calendario rituale britannico, documenta che nel XIX secolo in parti di Inghilterra, Irlanda, Galles e Scozia si usavano per Halloween rape o barbabietole da foraggio svuotate, spesso intagliate con facce grottesche. In Somerset esiste ancora oggi la Punkie Night, una festa con lanterne ricavate dalle barbabietole. Nel Worcestershire, già alla fine del Settecento, si parla di “Hoberdy’s Lantern”, lanterne di rapa legate a una figura di spirito chiamata Hob.

Il pezzo più famoso di questa tradizione si trova al National Museum of Ireland – Country Life, nella contea di Mayo. Si chiama semplicemente “ghost turnip”, la rapa fantasma. Nel 1943 una maestra che insegnava vicino a Fintown, nel Donegal, Róis Ní Bhraonáin, donò al museo una lanterna di rapa spiegando che era del tipo che si faceva sempre in quella zona intorno al 1900. Già allora nessuno le preparava più.

L’originale stava ormai marcendo, così l’artista del museo Eileen Barnes ne realizzò un calco in gesso dipinto. È quello che si vede oggi: un volto scavato, con gli occhi stretti e una bocca piena di denti. Altro che zucca sorridente. Quando qualche anno fa la foto è finita sui social, molti l’hanno trovata più spaventosa di qualunque decorazione moderna.

A cosa servivano? Le spiegazioni raccolte dagli studiosi sono diverse. Secondo alcune testimonianze, le lanterne rappresentavano gli spiriti stessi o le creature soprannaturali che si credeva vagassero nella notte di Samhain, il capodanno celtico. Secondo altre, si mettevano sul davanzale proprio per tenere lontani gli spiriti maligni. E spesso, molto più semplicemente, i ragazzi le usavano per spaventare i passanti. C’è anche chi ha proposto che rappresentassero le anime del Purgatorio, visto che Halloween è la vigilia di Ognissanti e precede di due giorni la commemorazione dei defunti.

Qualcuno, infine, si spinge più indietro e collega le teste intagliate all’antico culto celtico delle teste mozzate dei nemici, che venivano esposte come protezione. È un’ipotesi suggestiva, ma va presa con molta cautela: non ci sono prove dirette di un filo continuo tra i guerrieri celti e le rape dell’Ottocento.

Il nome viene dalla palude

C’è un dettaglio che quasi nessuno racconta. Il nome jack-o’-lantern non nasce per indicare una zucca, e nemmeno una rapa.

Secondo l’Oxford English Dictionary, il termine è usato in Gran Bretagna già dal 1658 per indicare il fuoco fatuo, in latino ignis fatuus, “fuoco sciocco”: quelle fiammelle misteriose che appaiono sopra paludi e torbiere. Tra il 1663 e il 1704 lo stesso nome indicava anche, più banalmente, un uomo con una lanterna o un guardiano notturno. Solo nel 1837 il dizionario registra il primo uso della parola per una lanterna intagliata.

La costruzione è identica a quella di un altro nome del fuoco fatuo, will-o’-the-wisp, cioè “Will con la torcia di paglia”. Will, Jack, a volte persino Meg: nomi comuni, da chiunque, dati a una luce che sembrava avere intenzioni proprie.

Il 16 gennaio 1836 il Dublin Penny Journal pubblicò un lungo racconto sulla leggenda di “Jack-o’-the-Lantern”. In quella versione, però, non si parla di nessun ortaggio. Questo fa pensare che la storia di Jack sia nata prima come spiegazione delle luci nelle paludi, e che la rapa intagliata si sia agganciata alla leggenda solo in un secondo momento.

Dipinto di Hermann Hendrich con un fuoco fatuo in una palude notturna
Fuoco fatuo e serpente, Hermann Hendrich. Wikimedia Commons, pubblico dominio

Le luci nella palude: cosa dice la scienza

Cosa vedevano, allora, i contadini irlandesi sulle torbiere? La spiegazione più accreditata da tempo è chimica. La materia organica che si decompone in assenza di ossigeno, come succede nelle paludi o, un tempo, nei cimiteri con sepolture poco profonde, produce gas come il metano e la fosfina. La fosfina, a contatto con l’aria, può incendiarsi spontaneamente e a sua volta accendere il metano, generando piccole fiamme fluttuanti.

Il problema è che la spiegazione non torna del tutto. I chimici italiani Luigi Garlaschelli e Paolo Boschetti, studiando la questione in laboratorio, hanno osservato che le fiammelle prodotte in questo modo tendono al verde, mentre le descrizioni storiche dei fuochi fatui parlano di luci bluastre o giallastre.

Nel 2025 un gruppo di chimici della Stanford University guidato da Richard Zare ha proposto una nuova ipotesi, pubblicata sulla rivista PNAS. Facendo gorgogliare in acqua bolle di aria e metano e filmandole con telecamere ad alta velocità, i ricercatori hanno osservato minuscole scariche elettriche tra le bolle, che hanno chiamato “microfulmini”. Queste scintille potrebbero bastare ad accendere il metano senza bisogno di altri inneschi. Altri scienziati la considerano una spiegazione convincente, anche se non necessariamente quella definitiva.

Ci sono poi altre ipotesi: funghi bioluminescenti nel legno marcio, barbagianni dal piumaggio chiaro che riflettono la luce della luna, fenomeni geologici. E c’è un dato curioso: le segnalazioni di fuochi fatui sono diventate rarissime nell’ultimo secolo, forse perché molte zone umide sono state bonificate.

Resta un piccolo particolare che nessuna di queste spiegazioni chiarisce del tutto: perché, secondo così tanti testimoni, quelle luci sembravano allontanarsi quando ci si avvicinava? Forse è solo l’effetto dello spostamento d’aria, o della prospettiva al buio. Forse. Ma è facile capire perché, per secoli, qualcuno abbia preferito chiamarle Jack.

Il viaggio in America: quando la rapa diventò zucca

A metà dell’Ottocento la Grande Carestia spinse più di un milione di irlandesi ad attraversare l’Atlantico. Con loro viaggiarono anche le storie e le usanze di Halloween. In America trovarono un ortaggio molto più grande, più morbido e molto più facile da scavare delle rape: la zucca.

In realtà gli americani le zucche le intagliavano già, ma senza legarle a Halloween. Nel 1850 il poeta John Greenleaf Whittier ricordava in una poesia le facce brutte che da ragazzo scolpiva nella buccia delle zucche, illuminate da una candela, collegandole però al Giorno del Ringraziamento. Ancora nel 1895 un articolo del New York Times suggeriva di regalare una jack-o’-lantern accesa come premio nei giochi per bambini del Thanksgiving.

Il primo legame documentato tra zucche intagliate e Halloween arriva dal Canada: il 1° novembre 1866 il Daily News di Kingston, in Ontario, raccontava di ragazzi in maschera per le strade la sera prima e di un vero e proprio “sacrificio di zucche” trasformate in teste luminose. Nel 1885 una rivista per ragazzi americana metteva a confronto i grandi falò britannici di Halloween con le zucche sorridenti amate dai ragazzi d’America.

E il Cavaliere senza testa? Nelle illustrazioni e nei film de La leggenda di Sleepy Hollow regge spesso una zucca accesa al posto della testa. Ma nel racconto originale di Washington Irving, del 1820, non c’è nessuna jack-o’-lantern e nemmeno Halloween: la mattina dopo la scomparsa di Ichabod Crane si trova solo una zucca spaccata accanto al suo cappello. Il resto lo ha aggiunto l’immaginario collettivo.

Poi, come spesso accade, la tradizione ha fatto il giro completo ed è tornata in Europa nella sua versione americana. Oggi anche in Irlanda e in Scozia la zucca ha quasi del tutto sostituito la rapa, anche se c’è chi ogni anno prova a riportare in vita la vecchia “tumshie”, come la chiamano gli scozzesi.

Le zucche dei morti: l’Halloween che c’era già in Italia

Ogni anno, puntuale come le zucche nei supermercati, torna la polemica: Halloween sarebbe una festa americana importata, che non c’entra nulla con le nostre tradizioni. La storia di Jack dimostra che di americano c’è ben poco. Ma c’è di più: l’Italia aveva le sue zucche intagliate, e in alcuni posti le ha ancora.

Zucche intagliate e falò della festa Fucacoste e Cocce Priatorje a Orsara di Puglia
Fucacoste e Cocce Priatorje a Orsara di Puglia. Foto: Expepper, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Orsara di Puglia (Foggia). La notte tra il 1° e il 2 novembre si celebra la festa dei Fucacoste e Cocce Priatorje, in dialetto “falò e teste del Purgatorio”. Si accendono fuochi di legna e ginestra agli incroci e nelle piazze e si espongono zucche intagliate con volti umani, illuminate da una candela. Secondo la tradizione locale, quella notte le anime dei defunti tornano a visitare le loro case prima di proseguire il cammino. La festa è diventata così famosa da richiamare decine di migliaia di visitatori in un paese di circa tremila abitanti.

Serra San Bruno (Vibo Valentia). In Calabria i bambini andavano in giro con zucche intagliate a forma di teschio chiedendo “Mi lu pagati lu coccalu?”, “Me lo pagate il teschio?”. Una richiesta che ricorda in modo impressionante il “dolcetto o scherzetto”.

Veneto e Polesine. Qui le zucche svuotate e illuminate si chiamavano suche dei morti o lumasse. Nel Polesine i contadini le lasciavano in luoghi bui, a volte vicino ai cimiteri, per simulare apparizioni di anime e spaventare chi passava di notte. Esattamente quello che facevano i ragazzi irlandesi con le loro rape.

Lombardia e Piemonte. Nell’area padana sopravvive la tradizione delle lümere, zucche intagliate con una candela dentro. In alcuni paesi del Varesotto, come Buguggiate, la “Notte delle Lümere” del 31 ottobre è stata riportata in vita con cortei di zucche illuminate e falò. Secondo la tradizione, le lanterne servivano a indicare ai morti la strada verso il camposanto. A Bormio, in Valtellina, la notte del 2 novembre si metteva sul davanzale una zucca piena di vino per dissetare i defunti, mentre in diverse zone lombarde si lasciava in cucina un vaso d’acqua fresca per lo stesso motivo.

Sardegna, Abruzzo, Emilia. In Sardegna i bambini bussavano alle porte chiedendo dolci e frutta secca “per le anime”, is animeddas, e dopo cena la tavola restava apparecchiata. In Abruzzo si intagliavano zucche e si lasciavano alla finestra tanti lumini quante erano le anime dei propri cari. In Emilia-Romagna i poveri passavano di casa in casa a chiedere la “carità di murt”, la carità dei morti.

Non serve forzare i collegamenti: non c’è un filo diretto che leghi Stingy Jack alle zucche di Orsara. Ma il fatto che contadini irlandesi, veneti e pugliesi, senza conoscersi, abbiano avuto la stessa idea (scavare un ortaggio, metterci una luce dentro e dargli una faccia, nella notte in cui i morti tornano) dice qualcosa di profondo su come gli esseri umani hanno sempre cercato di guardare il buio in faccia.

Allora, Jack esiste?

Gli storici sono abbastanza concordi: Stingy Jack è un personaggio del folklore, nato probabilmente per dare un volto e una storia a quelle luci inspiegabili nelle paludi. Le sue imprese col Diavolo appartengono a una famiglia di racconti diffusa in tutta Europa, quella del “fabbro che inganna il Diavolo”, catalogata dagli studiosi di fiabe.

Eppure, per generazioni, migliaia di persone in Irlanda hanno giurato di aver visto la sua lanterna muoversi tra la torba. Qualcuno ha girato la giacca al rovescio per ritrovare la strada. Qualcuno, come Patrick Dwyer, ha camminato tutta la notte per ritrovarsi davanti al proprio cancello.

Forse erano solo bolle di metano e microfulmini. Forse era la stanchezza, il buio, qualche bicchiere di troppo, proprio come quelli che piacevano tanto a Jack. O forse, qualche volta, era qualcos’altro.

Questo Halloween, quando accenderai la candela dentro la tua zucca, ricordati che stai ripetendo un gesto vecchio di secoli. E se fuori dalla finestra vedi una piccola luce che si muove nella nebbia, magari non seguirla.

Se ami le storie legate alla notte del 31 ottobre, leggi anche perché ho deciso di festeggiare Halloween, la storia di Ronald Clark O’Bryan, il “Candy Man” e, sempre in terra d’Irlanda, il mistero di Ballyboley Forest.

Fonti

Immagine in evidenza: lanterna di rapa scozzese, foto di LornaMCampbell, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

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