Ernesto Picchioni, il mostro di Nerola

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È la sera del 3 maggio 1947. Alessandro Daddi, impiegato romano, percorre la via Salaria in sella al suo Ducati Cucciolo, la bicicletta a motore che in quegli anni è quasi un lusso. Sta andando a trovare la madre a Contigliano, nel Reatino. Non arriverà mai.

Nell’Italia appena uscita dalla guerra, una persona che sparisce non fa notizia. Le strade sono piene di sbandati, reduci, gente che cerca lavoro o fugge da qualcosa. Ma lungo quel tratto di Salaria, vicino al paese di Nerola, a circa 40 chilometri da Roma, la gente sparisce un po’ troppo spesso.

E c’è una casa, isolata e cadente, con una luce accesa al chilometro 47. È l’unico posto dove chiedere aiuto se si fora una gomma nel buio. È la casa di Ernesto Picchioni.

L’uomo che vendeva lumache

Ernesto Picchioni nasce ad Ascrea, in provincia di Rieti. La data è incerta: alcune fonti indicano il 1900, altre il 3 maggio 1906. Nel 1944 si stabilisce a Nerola con la moglie, Angela Lucarelli, e i quattro figli, in un casolare a due piani che occupa abusivamente.

Ai carabinieri che gli chiedono di cosa viva, risponde che guadagna vendendo lumache. In paese lo conoscono come un uomo rozzo e violento, frequentatore di osterie. Nel 1946 sconta quattro mesi di carcere per aver colpito con una pietra alla testa il proprietario del terreno su cui vive.

In casa è un padrone assoluto. Picchia la moglie, minaccia i figli, impone il silenzio con la paura. Si dichiara comunista ed ex partigiano, ma il Partito Comunista lo ha già espulso nel giugno 1946 per “indegnità morale”.

La tela del ragno

Il metodo di Picchioni è semplice e spietato. Sparge sulla Salaria chiodi piegati ad arte, che bucano le ruote di biciclette e motocicli. Chi resta a piedi, di notte, vede una sola luce: quella del suo casolare.

Picchioni accoglie i viandanti con gentilezza. Offre cibo, vino, attrezzi per la riparazione, a volte un giaciglio per la notte, soprattutto se l’ospite sembra benestante. Poi, quando la vittima abbassa la guardia, la uccide e la deruba di tutto: soldi, vestiti, il mezzo con cui era arrivata.

Le vittime accertate sono due:

  • Pietro Monni, avvocato, scomparso il 5 luglio 1944 mentre pedalava sulla Salaria verso Ponterotto. Picchioni lo uccide con una fucilata alla testa. Più tardi dirà di averlo odiato perché, durante la cena, “voleva avere sempre ragione”.
  • Alessandro Daddi, impiegato, ucciso il 3 maggio 1947, giorno del 41° compleanno di Picchioni secondo una delle date di nascita tramandate. Mentre ripara il suo Cucciolo viene colpito alle spalle con una mazza e finito con un coltello da cucina, sotto gli occhi della moglie e di un figlio dell’assassino.

Entrambi i corpi finiscono sepolti nell’orto. Ma non sono soli: intorno alla casa verranno trovati altri resti umani, carcasse di cani e pezzi di biciclette smontate.

Il bicimotore e la moglie

A tradire Picchioni è la sua avidità. Nei giorni dopo la scomparsa di Daddi, in paese lo vedono girare su una bicicletta a motore identica a quella dell’uomo sparito. Da tempo, del resto, i carabinieri indagavano su furti di bestiame e rapine notturne proprio intorno al chilometro 47.

Picchioni viene fermato, ma esce presto in libertà provvisoria. Secondo i giornali dell’epoca, a fare pressione per il suo rilascio arriva perfino un camion di compagni di partito da Monterotondo. Il caso sembra destinato a spegnersi.

A riaprirlo è Angela Lucarelli, 34 anni. Stremata da anni di botte e minacce, la moglie racconta tutto ai carabinieri, e i figli confermano. Emerge un dettaglio agghiacciante: Picchioni aveva fatto scavare una buca al figlio Angelo, promettendo di seppellirci dentro tutta la famiglia se qualcuno avesse parlato.

Il 28 ottobre 1947 Picchioni viene arrestato di nuovo, mentre torna a casa ubriaco. Addosso ha una lista di persone da uccidere, tra cui il sindaco di Nerola. In paese ormai tutti sanno, e i carabinieri devono proteggerlo dalla folla che vuole linciarlo. Nell’orto scavano e trovano i corpi di Daddi e di Monni, riconosciuto dai familiari dalla giacca sporca di sangue.

Il processo

In carcere Picchioni prima nega, poi confessa, ma cerca di dare ai delitti un movente politico. Sostiene di aver ucciso due soldati tedeschi in ritirata “per patriottismo”. I capi partigiani della zona lo smentiscono subito. Negli interrogatori il conto delle vittime sale fino a otto, tra cui, secondo la stampa, un sacerdote.

Il processo si apre il 9 marzo 1949 davanti alla Corte d’assise di Roma. I cronisti descrivono un uomo tarchiato, dalle sopracciglia foltissime e dal volto senza espressione. In aula la moglie conferma gli orrori del marito.

Il 12 marzo 1949 arriva la sentenza: ergastolo per gli omicidi di Monni e Daddi. Altre fonti parlano di due ergastoli più 26 anni di reclusione. La Corte d’assise d’appello conferma la condanna il 13 settembre 1954.

Nello stesso 1954 Picchioni viene processato per un terzo omicidio, quello di Mario Lucchesi, trovato morto nel maggio 1945 al bivio di Collevecchio. Viene assolto per insufficienza di prove. Nel frattempo è passato anche per il manicomio criminale.

Quanti furono davvero?

Ernesto Picchioni muore nel carcere di Porto Azzurro, sull’isola d’Elba, il 9 settembre 1967, per un arresto cardiaco. Non riceve mai visite dai familiari. Le figlie Carolina e Gabriella, secondo quanto tramandato, vengono adottate nel 1952 da un ricco industriale straniero.

Il numero reale delle sue vittime resta un mistero. Le stime vanno dalle 2 identificate alle 6 ritenute certe, fino alle 16 ipotizzate. Intorno al paese furono trovati anche i corpi di un tredicenne e di un anziano, ma il legame con lui non fu mai provato.

Attorno al mostro sono fiorite anche leggende. Si racconta, per esempio, che abbia tentato di aggredire papa Giovanni XXIII durante una visita in carcere, ma le date non tornano: nel 1954 Picchioni era già a Porto Azzurro, mentre la celebre visita del papa a Regina Coeli è del 1958.

Il caso ebbe un’eco enorme. I cantastorie ne fecero ballate in rima, Ennio Flaiano ci si ispirò per un racconto, e il suo soprannome finì perfino in una battuta di Totò nel film Totò contro i quattro. Oggi, però, il mostro della Salaria è quasi dimenticato. Come le sue vittime senza nome.

Fonti

  • Atlante del crimine, Università di Milano-Bicocca (con rimandi ai giornali del 1947–1954)
  • Ernesto Picchioni, Wikipedia
  • Il Giornale, “Nella tela del ragno”
  • Criminologia e Diritto

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