Veduta notturna del centro abitato di Avetrana, in provincia di Taranto

Sarah Scazzi, il delitto di Avetrana

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È un pomeriggio di fine agosto in Salento. L’asfalto scotta, le persiane sono abbassate, il paese è quasi immobile. Una ragazza di quindici anni esce di casa: deve passare dalla cugina, perché nel pomeriggio andranno al mare. Fa pochi passi lungo le strade di Avetrana, un paese di circa seimila abitanti in provincia di Taranto. Poi sparisce.

Si chiamava Sarah Scazzi. Per quarantadue giorni l’Italia intera ha guardato la sua foto, ascoltato gli appelli dei familiari, seguito ogni ipotesi in diretta. Quando la verità è arrivata, è arrivata nel modo più crudele: dentro la sua stessa famiglia, e davanti alle telecamere.

Chi era Sarah

Nell’estate del 2010 Sarah Scazzi aveva quindici anni. Viveva ad Avetrana con la madre, Concetta Serrano; il padre Giacomo e il fratello Claudio lavoravano al Nord, come tanti uomini del Sud. Era una ragazzina timida, con la vita di molte quindicenni di paese: la scuola, il telefono, i social network che proprio in quegli anni stavano entrando nelle case, le serate d’estate con i ragazzi più grandi.

Il suo punto di riferimento era la cugina Sabrina Misseri, 22 anni, figlia della sorella di sua madre. Sarah passava molto tempo nella villetta degli zii, Cosima Serrano e Michele Misseri, in via Grazia Deledda, a poche centinaia di metri da casa sua. Con Sabrina usciva, frequentava il suo gruppo di amici, la seguiva come si segue una sorella maggiore.

La sera prima: la lite

Per capire che cosa accadde il 26 agosto bisogna tornare alla sera precedente. Secondo la ricostruzione delle sentenze, Sarah aveva confidato al fratello Claudio un episodio privato che riguardava Sabrina e Ivano Russo. La voce era girata. Il 25 agosto, in paese, davanti ad altri ragazzi, Sabrina affrontò la cugina e la umiliò con parole pesanti.

Per una quindicenne che considerava Sabrina quasi una sorella maggiore fu un colpo duro. Per i giudici fu l’inizio di quello che chiameranno un “corto circuito emotivo”: un risentimento che, nel giro di poche ore, si sarebbe trasformato in qualcosa di irreparabile.

Il 26 agosto, minuto per minuto

La mattina del 26 agosto Sarah è di nuovo a casa Misseri: i rapporti tra le cugine sono tesi, ma lei continua a frequentare la villetta di via Deledda. A mezzogiorno torna a casa, va a fare la spesa, si cambia. Nel primo pomeriggio esce per tornare dagli zii: deve andare al mare con Sabrina e con un’amica, Mariangela Spagnoletti. Tra le due case ci sono circa seicento metri, pochi minuti a piedi. Alcune persone la vedono camminare lungo quella strada.

Da qui in poi gli orari diventano decisivi, perché sono quelli dei telefoni.

  • 14:23 – Mariangela scrive a Sabrina che sta arrivando. Sabrina risponde chiedendo se deve avvisare Sarah.
  • 14:25 e 14:28 – Sabrina invia due SMS a Sarah.
  • 14:28 – Dal cellulare di Sarah parte una chiamata verso quello di Sabrina. Per gli inquirenti, a farla non fu Sarah: fu un modo per costruire un alibi.
  • 14:41 – Mariangela e la sorella arrivano davanti alla villetta. Sabrina non le aspetta in veranda, come al solito, ma è già in strada.
  • 14:42 – Sabrina chiama Sarah: nessuna risposta. Due minuti dopo il telefono risulta spento.

Sabrina dice alle amiche di non aver mai visto arrivare la cugina. “L’hanno presa”, ripete. Poco dopo la madre di Sarah lancia l’allarme.

Nelle prime ore nessuno pensa al peggio: una ragazza di quindici anni, d’estate, potrebbe essere da un’amica, o essersi allontanata dopo una lite. Sabrina partecipa alle ricerche, parla con i giornalisti, compare in televisione accanto alla zia per chiedere a chiunque sappia qualcosa di farsi avanti.

Quarantadue giorni davanti alla TV

Nelle settimane successive Avetrana diventa un set. Furgoni delle dirette parcheggiati davanti alle case, inviati in collegamento a ogni ora, trasmissioni del pomeriggio e della sera che dedicano spazi fissi alla “ragazza scomparsa”. La madre di Sarah e la cugina Sabrina parlano davanti alle telecamere. La foto di Sarah entra in tutte le case d’Italia.

Intanto le ipotesi si moltiplicano. I carabinieri valutano un allontanamento volontario, poi un uomo conosciuto in rete, poi un’auto scura vista in paese. Ogni giorno c’è un sospettato nuovo, un dettaglio da analizzare, un diario da leggere in diretta. Il paese si divide tra chi vuole solo che Sarah torni e chi ha già un’idea su chi “sa qualcosa”.

La torre dell'orologio nel centro di Avetrana
La torre dell’orologio, nel centro di Avetrana. Foto: Terrasque – Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0

Il cellulare nell’uliveto

Il 29 settembre lo zio, Michele Misseri, si presenta ai carabinieri con un oggetto in mano: il cellulare di Sarah, mezzo bruciato, senza batteria e senza scheda. Racconta di averlo trovato per caso in un uliveto, mentre cercava un cacciavite, e di averlo riconosciuto dal ciondolo a forma di lattina appeso al telefono.

Il racconto non convince. Già nei giorni precedenti Misseri aveva detto a due agenti di aver trovato la scheda del telefono e di averla poi smarrita. Gli investigatori cominciano a guardare con attenzione proprio a lui, l’uomo che fino a quel momento era rimasto sullo sfondo, silenzioso, mentre la figlia parlava in TV.

La notte del 6 ottobre

Il 6 ottobre 2010 Michele Misseri viene interrogato per circa dieci ore. Alla fine crolla. Dice di aver ucciso lui la nipote, nel garage di casa, stringendole una corda al collo. Come movente parla di un raptus: era nervoso, racconta, per un trattore che non partiva. Poi accompagna gli investigatori in contrada Mosca, nelle campagne dove aveva vissuto da giovane.

Lì c’è un vecchio pozzo usato come cisterna. Dentro c’è il corpo di Sarah, coperto da un masso. È rimasto lì per quarantadue giorni, mentre tutto il paese la cercava. Misseri spiega di aver bruciato i vestiti e gli oggetti della ragazza; il telefono, invece, l’aveva tenuto.

Quella sera la madre di Sarah è ospite in collegamento di Chi l’ha visto?, la trasmissione di Rai 3 che da settimane segue il caso. La notizia della confessione e del ritrovamento arriva mentre la diretta è in corso. Milioni di persone assistono, in tempo reale, al momento in cui una madre apprende che sua figlia è morta e che a confessare è stato suo cognato.

Quella scena è rimasta come una ferita nella storia della televisione italiana. Se ne è discusso a lungo, nelle redazioni e nelle scuole di giornalismo: si poteva interrompere? Bisognava farlo? Ancora oggi è uno degli esempi più citati quando si parla dei limiti della cronaca in diretta.

Il 9 ottobre Sarah viene sepolta nel cimitero di Avetrana, accanto alla nonna materna.

La corda, la cintura e le sette versioni

Sembrava la fine della storia. Era solo l’inizio.

Già nei primi verbali qualcosa stona. Raccontando le fasi successive al delitto, Misseri parla al plurale – “abbiamo parcheggiato” – e poi si corregge. La corda che dice di aver usato non viene mai trovata: secondo il suo avvocato di allora, l’avrebbe gettata in un cassonetto. Misseri aggiunge anche dichiarazioni gravissime e degradanti su ciò che avrebbe fatto dopo la morte della nipote. L’autopsia non le conferma, e lui stesso finirà per ritrattarle.

Il 15 ottobre arriva la svolta. In un nuovo interrogatorio Misseri coinvolge la figlia: dice che Sarah non voleva scendere in garage, che chiedeva di tornare a casa, che Sabrina la tratteneva con le braccia mentre lui stringeva la corda, “per darle solo una lezione”, per spaventarla. Il giorno dopo, il 16 ottobre, Sabrina Misseri viene fermata per concorso in omicidio.

Da quel momento le versioni si rincorrono: in alcune Sabrina è l’unica colpevole, in altre è complice, in altre ancora lui si addossa tutta la colpa. Gli inquirenti ne conteranno sette. Più tardi Misseri dirà che le accuse alla figlia gli erano state “suggerite”.

Intanto la procura lavora su altri elementi. Sul collo di Sarah ci sono segni compatibili con una cintura, non con una corda; la cintura trovata in garage non corrisponde. Non ci sono segni di difesa: per il medico legale, qualcuno la teneva ferma. Le celle telefoniche dicono che il cellulare di Sarah è rimasto in casa Misseri fino a poco prima delle 14:42, non in garage. E Misseri, quel pomeriggio, secondo le dichiarazioni della moglie e della figlia, era in casa, non nei campi con il trattore.

Il fioraio e il “sogno”

In autunno, in paese, comincia a circolare un racconto. Giovanni Buccolieri, un fioraio di Avetrana, avrebbe confidato ad amici e collaboratori di aver visto, quel pomeriggio, una scena precisa: Cosima Serrano che raggiungeva Sarah in auto, la afferrava per i capelli e la costringeva a salire, con Sabrina accanto.

Interrogato dai magistrati il 9 aprile 2011, Buccolieri ritratta: quella scena, dice, l’aveva soltanto sognata. Viene indagato per false dichiarazioni al pubblico ministero e in aula si avvale della facoltà di non rispondere. A raccontare ai giudici ciò che lui aveva detto sono altri testimoni, tra cui la madre di una sua dipendente.

Il “sogno del fioraio” diventerà uno dei dettagli più discussi del caso. Per l’accusa era un ricordo vero, ritrattato per paura. Per la difesa, una suggestione nata in un paese dove tutti parlavano di Sarah. I giudici, alla fine, terranno conto soprattutto degli altri elementi: un testimone vide un’auto simile a quella di Cosima su quella strada in un orario compatibile, e all’arrivo delle amiche l’auto della donna era parcheggiata in una posizione diversa da prima.

Che cosa è successo, secondo i giudici

Il 26 maggio 2011 i carabinieri arrestano anche Cosima Serrano, moglie di Michele e madre di Sabrina, zia di Sarah. L’accusa è concorso in omicidio e sequestro di persona. Pochi giorni dopo Michele Misseri lascia il carcere: per lui resta in piedi soprattutto l’accusa di soppressione di cadavere.

La ricostruzione che le sentenze hanno reso definitiva è questa. Sarah arriva in via Deledda, ma qualcosa – forse un nuovo scontro con la cugina – la spinge ad andarsene. Sabrina e la madre la raggiungono in auto lungo la strada, la fanno salire e la riportano a casa. Lì, tra le 14 e le 14:20, Sarah muore strangolata con un oggetto compatibile con una cintura. Le autrici del delitto, secondo i giudici, sono la cugina e la zia: una la teneva ferma, l’altra stringeva.

Poi inizia la messinscena. Il telefono di Sarah viene usato per la chiamata delle 14:28. Il corpo viene spostato in garage. Sabrina esce in strada ad aspettare le amiche come se nulla fosse. Michele Misseri carica il corpo in auto e lo porta al pozzo in contrada Mosca; secondo le sentenze lo aiutarono a occultarlo il fratello Carmine, condannato in via definitiva, e un nipote, Cosimo Cosma. Il giorno dopo, Sabrina e Cosima tornano in quella zona di campagna: dicono di dover controllare una vigna, ma la spiegazione non convincerà i giudici. Nelle settimane successive Sabrina descriverà a un amico com’era vestita Sarah quel giorno, un dettaglio che, secondo l’accusa, poteva conoscere solo chi l’aveva vista.

Il movente, per la Corte, non è solo la gelosia per Ivano Russo. È anche la “necessità”, in una famiglia molto attenta alle apparenze, di punire la ragazzina che aveva fatto circolare una voce e di proteggere l’immagine della figlia.

I processi: tre gradi, la stessa risposta

Il processo di primo grado si apre il 10 gennaio 2012 davanti alla Corte d’Assise di Taranto. Il Comune di Avetrana si costituisce parte civile. In aula, nel dicembre 2012, Michele Misseri torna a dirsi l’unico colpevole. I giudici non gli credono.

Il 20 aprile 2013, dopo 15 mesi e 52 udienze, arriva la sentenza:

  • Sabrina Misseri: ergastolo per omicidio.
  • Cosima Serrano: ergastolo per omicidio.
  • Michele Misseri: 8 anni per soppressione di cadavere.
  • Condanne minori per altri imputati, tra cui il fratello di Michele, Carmine Misseri, per aver aiutato a occultare il corpo, e alcune persone accusate di favoreggiamento o falsa testimonianza.

Il 27 luglio 2015 la Corte d’Assise d’Appello conferma gli ergastoli e gli otto anni a Michele. Il 21 febbraio 2017 la Corte di Cassazione chiude il caso: le condanne diventano definitive. Nelle motivazioni la Suprema Corte descrive Sabrina come una pianificatrice fredda e sottolinea che il delitto, per come si è svolto, richiedeva la presenza di due persone.

Negli anni successivi c’è stato un secondo filone, quello su false testimonianze e depistaggi, con undici condanne in primo grado nel 2020, poi cancellate nel 2021 per prescrizione. La difesa di Sabrina e Cosima si è rivolta anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo, che nel novembre 2024 ha dichiarato il ricorso inammissibile.

Dopo la sentenza: una verità giudiziaria e una voce che non tace

L’11 febbraio 2024 Michele Misseri esce dal carcere di Lecce, con un anticipo dovuto agli sconti di pena per buona condotta. Torna a vivere nella villetta di via Deledda, la stessa dove, secondo i giudici, Sarah è stata uccisa. Il sindaco di Avetrana chiede pubblicamente che non riparta “il circo mediatico”. In parte riparte comunque: Misseri rilascia interviste e continua a ripetere di essere l’unico responsabile.

Sabrina Misseri e Cosima Serrano, invece, stanno scontando l’ergastolo, secondo le ultime notizie disponibili. Il loro storico difensore, il professor Franco Coppi, non ha mai smesso di proclamarne l’innocenza e ha parlato più volte della possibilità di chiedere una revisione del processo. Per la giustizia italiana, però, il caso è chiuso: la verità processuale è quella stabilita da tre gradi di giudizio.

Questa distanza tra ciò che dicono le sentenze e ciò che continua a dire uno dei protagonisti alimenta da anni trasmissioni, podcast e discussioni online. Ed è qui che bisogna stare attenti: rimettere tutto in discussione ogni volta che qualcuno parla davanti a una telecamera non è “cercare la verità”. Spesso è solo un altro giro di giostra.

Qui non è Hollywood

Nell’ottobre 2024 Disney+ ha distribuito una miniserie diretta da Pippo Mezzapesa sul delitto. Il titolo annunciato era Avetrana – Qui non è Hollywood, ma il sindaco del paese, Antonio Iazzi, si è rivolto al tribunale chiedendo di sospenderne l’uscita: non voleva che il nome di Avetrana restasse legato per sempre a un omicidio. La serie è uscita con il titolo Qui non è Hollywood, senza il nome del paese.

La vicenda dice molto. Un’intera comunità, a quattordici anni di distanza, sentiva ancora il bisogno di difendersi da un’etichetta. E il titolo stesso della serie è un commento amaro: quella di Avetrana non era una fiction, ma per mesi è stata trattata come tale.

Riflessioni: che cosa ci ha mostrato Avetrana

Il dolore come intrattenimento

Il caso Scazzi non è stato il primo grande caso di cronaca seguito dalla televisione italiana: prima c’erano stati Cogne, Erba, Garlasco, Perugia. Ma Avetrana ha portato quel modello all’estremo. Nelle settimane delle ricerche, la televisione non raccontava soltanto: partecipava. I familiari erano ospiti fissi, gli inviati vivevano in paese, ogni dettaglio veniva commentato da esperti in studio.

In quei mesi un sito di un grande quotidiano lanciò perfino un sondaggio online per chiedere ai lettori se la cugina fosse coinvolta. Il 74% rispose di sì. In un salotto televisivo comparve il plastico della villetta, con le palme in miniatura. Il giornalista Stefano Nazzi, già nell’ottobre 2010, scriveva che la vicenda era diventata un gioco a indovinare il colpevole, e invitava semplicemente ad andarsene da Avetrana.

Il problema non è raccontare un delitto. Il problema è quando il racconto diventa un format: con le puntate, i colpi di scena, i personaggi buoni e cattivi. A quel punto la vittima scompare due volte. Sarah, una ragazza di quindici anni, diventa “il caso di Avetrana”.

I curiosi davanti al cancello

Nell’ottobre 2010 il sindaco di allora firmò un’ordinanza per chiudere le strade intorno alle case delle famiglie Scazzi e Misseri. Erano annunciati pullman da altre regioni: persone che volevano vedere la villetta, il garage, la campagna del pozzo. Nel giugno 2011 una coppia in vacanza in Salento suonò al citofono di Michele Misseri per chiedergli un autografo. Ci furono perfino costumi di Carnevale ispirati a lui.

Su Emadion parliamo spesso di “turismo nero”: visitare luoghi legati alla morte e alla tragedia. Può essere un modo per ricordare e capire, come accade nei memoriali e nei siti storici. Ma c’è una differenza enorme tra visitare un luogo della memoria e fermarsi a fare un selfie davanti a una casa dove vive ancora una famiglia, con il funerale appena celebrato. Avetrana, in quei mesi, ha mostrato la versione peggiore di questo fenomeno.

La famiglia e il paese

La parte più difficile da accettare di questa storia è che, secondo le sentenze, il pericolo per Sarah non era uno sconosciuto. Era dentro la casa dove si sentiva più al sicuro. Le statistiche lo confermano da anni: la maggior parte delle violenze contro donne e ragazze avviene in famiglia o nella cerchia delle persone conosciute.

C’è poi il paese. Avetrana è stata descritta per anni come un luogo chiuso, omertoso, quasi un personaggio negativo della storia. È una semplificazione ingiusta. Un paese di seimila persone si è trovato al centro di un circo nazionale senza averlo scelto, e molti dei suoi abitanti hanno passato anni a vergognarsi di un nome. La battaglia del sindaco contro il titolo della serie va letta anche così.

E noi?

Forse la domanda più scomoda riguarda il pubblico. Le dirette esistevano perché gli ascolti erano altissimi. I sondaggi esistevano perché la gente votava. Ogni volta che un caso di cronaca diventa una serie da seguire, una parte della responsabilità è anche di chi guarda. Ricordare Sarah con rispetto significa anche questo: chiedersi che cosa cerchiamo quando seguiamo una storia come la sua.

Sarah, prima di tutto

Sono passati sedici anni da quel pomeriggio di agosto. Sarah oggi avrebbe superato i trent’anni. Avrebbe potuto vivere lontano da Avetrana o restarci, fare un lavoro qualunque, avere una vita qualunque. Invece il suo nome è rimasto legato per sempre a un pozzo in campagna, a un’aula di tribunale e a una diretta televisiva.

Forse il modo più giusto di raccontare questa storia è ricordare che, prima di essere “il delitto di Avetrana”, era una ragazza di quindici anni che stava andando al mare.

Se vuoi approfondire altri casi di cronaca e il rapporto tra delitti e opinione pubblica, leggi anche la storia di Ernesto Picchioni, il mostro di Nerola, quella di Leopold e Loeb, il “delitto perfetto” che sconvolse l’America, e il nostro articolo sull’Ossario di Sedlec, per capire che cosa può essere il turismo nero quando è fatto con rispetto.

Fonti

Immagine in evidenza: veduta notturna di Avetrana. Foto: Antonio Avetrana – Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0

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