Takahiro Shiraishi, l’assassino che cercava le sue vittime su Twitter

Posted by

A scoprire tutto non fu la polizia, ma un fratello.

Alla fine di ottobre del 2017, a Tokyo, un ragazzo era disperato: sua sorella, ventitré anni, era sparita da giorni. Nei mesi precedenti la ragazza aveva attraversato un periodo durissimo, dopo la morte della madre, e sui social aveva scritto di non voler più vivere. Il fratello riuscì a entrare nel suo account Twitter e cominciò a leggere i messaggi. Tra quelli, uno attirò la sua attenzione: un utente che si offriva di “aiutarla”.

Quel nome portò gli investigatori a un piccolo appartamento a Zama, una cittadina a una sessantina di chilometri dalla capitale. La mattina del 31 ottobre 2017, il giorno di Halloween, la polizia entrò. E scoprì uno dei casi più sconvolgenti della storia recente del Giappone.

L’uomo dietro l’account

L’appartamento era di Takahiro Shiraishi, 27 anni. Prima di trasferirsi a Zama, nell’agosto di quell’anno, aveva lavorato a Kabukichō, il quartiere a luci rosse di Tokyo, come reclutatore di ragazze per il giro della prostituzione. Chi lo conosceva lo descriveva come una persona inquietante.

Il portale rosso di Kabukichō, il quartiere dei locali notturni di Shinjuku, a Tokyo
Kabukichō, il quartiere dei locali notturni di Shinjuku, a Tokyo, dove Shiraishi lavorava prima del trasferimento a Zama. Foto: Basile Morin – Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0

Su Twitter Shiraishi aveva trovato il suo terreno di caccia. Cercava i messaggi di chi scriveva di voler morire, li contattava e si presentava come qualcuno che li capiva. Prometteva di aiutarli, o addirittura di morire insieme a loro. Poi li invitava a casa sua.

In poco più di due mesi, tra la fine di agosto e la fine di ottobre del 2017, in quell’appartamento furono uccise nove persone: otto ragazze e giovani donne tra i 15 e i 26 anni, tre delle quali studentesse delle superiori, e un ragazzo, il fidanzato di una delle vittime, ucciso perché si stava avvicinando troppo alla verità.

Come agiva

Il metodo di Shiraishi è stato ricostruito nei dettagli durante le indagini e il processo. Raccontarlo non serve a impressionare, ma a capire quanto fosse premeditato, e perché la tesi del “consenso” delle vittime non ha retto.

L’esca. Su Twitter gestiva più account. Uno si chiamava “首吊り士”, che si può tradurre come “l’esperto di impiccagione”: un nome scelto per attirare proprio chi cercava un modo per togliersi la vita. Nei suoi messaggi si presentava come qualcuno che capiva il dolore degli altri e invitava a scrivergli in privato “in qualsiasi momento”. A chi rispondeva proponeva di morire insieme, oppure offriva il suo “aiuto”. Non aveva nessuna intenzione di suicidarsi. In molti casi chiedeva alle ragazze di non dire nulla a familiari e amici, e le incontrava in una stazione vicina, per poi accompagnarle a casa.

L’appartamento. Era un monolocale in una palazzina di legno a due piani, nel quartiere di Midorigaoka, a Zama, affittato a fine agosto. Secondo l’accusa, perfino l’affitto era stato pagato con i soldi della prima vittima: circa 510.000 yen, poche migliaia di euro, che la ragazza gli aveva consegnato fidandosi di lui. La stanza aveva un soppalco, un dettaglio che si rivelerà centrale.

La palazzina di Zama in cui si trovava l'appartamento di Takahiro Shiraishi, fotografata nel novembre 2017
La palazzina di Midorigaoka, a Zama, pochi giorni dopo la scoperta, ancora transennata dalla polizia. Foto: Asanagi – Wikimedia Commons – pubblico dominio

L’aggressione. Una volta in casa, le vittime ricevevano da bere: alcol e sonniferi, che le rendevano deboli e confuse. Poi Shiraishi le aggrediva e le strangolava con una corda legata al soppalco. Su alcuni corpi gli inquirenti trovarono segni di difesa: le vittime avevano cercato di salvarsi. Alle ragazze prendeva i soldi e le carte di pagamento, a volte somme minime, poche centinaia o poche migliaia di yen. Per le otto donne, tra i capi d’accusa c’era anche la violenza sessuale.

Dopo. Shiraishi smembrava i corpi nella vasca da bagno, per poterli nascondere. Gettava gran parte dei resti con i rifiuti domestici, chiusi in sacchetti, in punti di raccolta lontani da casa. Le teste e circa 240 ossa li conservava invece nella stanza, in tre borse frigo e in alcuni grandi contenitori, coperti di lettiera per gatti per attenuare l’odore. Più tardi dirà di aver pensato di seppellirli in montagna. Nella palazzina alcuni vicini avevano notato un odore terribile, ma nessuno immaginava che cosa ci fosse dietro quella porta.

La scoperta. Il 24 ottobre il fratello della ragazza di ventitré anni denunciò la scomparsa e cominciò a cercare tra i suoi messaggi. Una donna che era stata in contatto con Shiraishi accettò di aiutare gli investigatori e gli fissò un appuntamento il 30 ottobre a Machida. La polizia lo seguì fino a casa. Il giorno dopo, quando gli agenti gli chiesero dove fosse la ragazza scomparsa, Shiraishi indicò le borse frigo. Fu arrestato per occultamento di cadavere. Le accuse di omicidio arrivarono dopo, una vittima alla volta.

La strada davanti all'appartamento di Takahiro Shiraishi a Zama, con fiori lasciati per le vittime e giornalisti
La strada davanti alla palazzina a metà novembre 2017: fiori lasciati per le vittime, giornalisti e, sullo sfondo, i binari della linea Odakyū. Foto: 市井の人 – Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0

Le vittime

Dietro i numeri c’erano nove vite. Durante il processo i familiari raccontarono chi erano davvero. Una ragazza di diciassette anni lavorava in un ristorante di ravioli e aveva promesso al padre che li avrebbero preparati insieme. Una giovane donna di venticinque anni, dopo un lungo periodo di isolamento, aveva trovato lavoro in un minimarket e risparmiava per farsi una famiglia. La ragazza di ventitré anni, quella il cui fratello diede l’allarme, stava piano piano uscendo dal suo periodo più buio.

Erano persone in un momento di fragilità. Ed è proprio questa fragilità che Shiraishi aveva scelto di sfruttare.

Il processo e la questione del consenso

Il processo si aprì nel 2020 davanti alla sezione di Tachikawa del tribunale distrettuale di Tokyo. Shiraishi si dichiarò colpevole di tutto. Eppure il processo fu tutt’altro che semplice.

La sede della sezione di Tachikawa del Tribunale distrettuale di Tokyo
La sezione di Tachikawa del Tribunale distrettuale di Tokyo, dove si svolse il processo. Foto: Kakidai – Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0

Il punto centrale riguardava una domanda terribile. I suoi avvocati sostennero che le vittime, avendo scritto di voler morire, avessero dato una specie di consenso tacito, e che quindi il loro cliente dovesse rispondere di un reato molto meno grave, l’omicidio del consenziente, punito in Giappone con pochi anni di carcere. Chiesero anche di valutare se fosse capace di intendere e di volere.

A smentire i suoi avvocati fu lo stesso Shiraishi. Dichiarò in aula che non c’era stato nessun consenso, e che aveva ucciso per soldi e per i suoi impulsi. Accusò la sua difesa di “tradimento”, e si rifiutò di rispondere alle loro domande. Anche l’accusa fece notare che le vittime avevano cercato di difendersi, e che prima di incontrarlo molte avevano parlato con i familiari dei loro progetti per il futuro.

Il 15 dicembre 2020 il giudice Naokuni Yano lesse la sentenza: nessuna delle vittime aveva accettato di essere uccisa, e l’imputato era pienamente responsabile delle sue azioni. La condanna fu la pena di morte. Shiraishi rinunciò all’appello, e all’inizio del 2021 la sentenza divenne definitiva.

L’esecuzione

Il 27 giugno 2025 Takahiro Shiraishi è stato giustiziato nel carcere di Tokyo. Aveva 34 anni. Era la prima esecuzione in Giappone da quasi tre anni: l’ultima risaliva al luglio del 2022.

La sua morte ha riaperto anche in Giappone il dibattito sulla pena capitale, che il paese continua ad applicare nonostante le critiche internazionali. Pochi mesi prima, nell’ottobre del 2024, era stato definitivamente assolto Iwao Hakamata, un ex pugile che aveva passato oltre quarant’anni nel braccio della morte per un omicidio che non aveva commesso.

Una lezione che riguarda tutti

Il caso Shiraishi ha sconvolto il Giappone soprattutto per il modo in cui era riuscito ad avvicinare le sue vittime. Non nei vicoli bui, ma su un social network usato ogni giorno da milioni di persone. Persone che chiedevano aiuto, e che hanno trovato la persona sbagliata.

Il giudice stesso, nella sentenza, sottolineò come quei crimini avessero scosso profondamente una società in cui i social sono parte della vita di tutti. È forse questa la cosa più inquietante di questa storia: chi chiede aiuto online merita di trovare qualcuno che glielo dia davvero.

Se stai attraversando un momento difficile, non restare solo. In Italia puoi chiamare il Telefono Amico allo 02 2327 2327 o Samaritans Onlus allo 06 77208977. In caso di emergenza chiama il 112.

Fonti

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *